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Pubblico impiego, ecco l’adeguamento retributivo: 6 miliardi per i nuovi contratti

Pubblico impiego, ecco l’adeguamento retributivo: 6 miliardi per i nuovi contratti

Nel nuovo Rapporto semestrale dell’ARAN sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti, viene presentato il quadro delle risorse disponibili per la nuova stagione contrattuale 2019-2021, a partire dagli stanziamenti per le amministrazioni statali definiti nelle Leggi di Bilancio per il 2019 e per il 2020.

L’adeguamento retributivo

Si tratta di un documento finora rimasto confinato alle scrivanie degli addetti ai lavori, ma che oggi arriva al centro del dibattito sul pubblico impiego per lo sforzo di comunicazione messo in campo dal nuovo presidente Antonio Naddeo anche con gli aggiornamenti puntuali sullo sviluppo dei diversi tavoli negoziali.
Il Rapporto evidenzia in circa 6 miliardi di euro le disponibilità finanziarie complessive a regime su tutta la PA che renderanno possibile un adeguamento retributivo del 3,7% ed aumenti medi – sempre per l’intera PA – di circa 100 euro mese per 13 mesi. Viene altresì precisato che tali risorse riguardano sia le “amministrazioni statali” che le “non statali” e si riferiscono agli aumenti retributivi di tutti i lavoratori pubblici (sia “contrattualizzati”, i cui contratti collettivi sono rinnovati dall’ARAN, che “in regime di diritto pubblico”). Il rapporto presenta anche il raffronto con l’inflazione (IPCA netto energetici) prevista dall’ISTAT per il triennio 2019-2021, che presenta un valore cumulato sul triennio di circa il 3%. Sempre in tema di dinamica inflattiva, si offre un quadro degli scostamenti rilevati nel passato tra inflazione prevista ed inflazione effettivamente realizzata.

Il dibattito sul Rapporto

Come si legge sul Sole 24 Ore di questa mattina sulle cifre del Rapporto ARAN si è subito acceso il dibattito. Per il ministro della PA Fabiana Dadone i numeri dell’Agenzia dimostrano che “l’impegno finanziario messo in campo dal Governo è importante e generoso”. Per i sindacati la lettura è contraria, perché mancherebbero all’appello 1,5 miliardi necessari, spiega per esempio in una nota il segretario confederale CISL Ignazio Ganga, “a recuperare il gap con gli incrementi avuti negli ultimi undici anni dai lavoratori di altri settori produttivi”.
“La distanza delle posizioni – si legge sempre sul Sole 24 Ore –  si spiega anche con la fase negoziale calda. Per la settimana prossima Palazzo Vidoni ha chiamato la prima convocazione per discutere sulla proposta di «memorandum» sul pubblico impiego che nelle intenzioni del governo dovrebbe portare a condividere gli indirizzi anche su percorsi di carriera, gestione dei fondi accessori e innovazione. Un modo per allargare il campo oltre i confini della parte economica, su cui però finora i sindacati si sono mostrati freddi attivando una serie di iniziative di mobilitazione”.
Perché sul quadro pesa ovviamente l’eredità del decennio di blocco contrattuale, che ha separato le sorti retributive dei dipendenti pubblici da quelli del privato (dopo una dinamica opposta registrata fra 2000 e 2010, però). L’ultimo rinnovo contrattuale ha avviato un certo recupero, e anche il prossimo, con il suo 3,7% di aumento, promette di accelerare rispetto all’indice di inflazione di riferimento che per il 2019-21 si ferma al 3%. Sempre che le trattative riescano a partire davvero.

Le retribuzioni contrattuali mensili

Soffermandosi sul metodo seguito per definire lo stanziamento delle risorse, il Rapporto rileva altresì che non è al momento presente, per il pubblico impiego, un accordo generale che definisca le grandezze macroeconomiche cui ancorare gli adeguamenti retributivi, sul tipo dell’accordo confederale del 2009, che stabiliva un collegamento tra aumenti delle retribuzioni e dinamica inflattiva (previsione dell’IPCA netto energetici).
L’ultima sezione, come di consueto, è dedicata alle retribuzioni contrattuali mensili (cioè le componenti fisse della retribuzione, la cui dinamica risente in modo diretto degli incrementi definiti a livello di contratto nazionale) e pone a confronto i valori registrati nella pubblica amministrazione rispetto a quelli del settore privato, desunti dai dati ISTAT dei primi nove mesi del 2019.

>> IL RAPPORTO ARAN.

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