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Province e Città a rischio dissesto

Fonte: Il Sole 24 Ore

Città metropolitane e Province registrano quest’anno un disavanzo strutturale di parte corrente di 169 milioni, e il “rosso” è destinato a crescere a 1,07 miliardi nel 2016 e a 1,97 miliardi nel 2017, su un volume complessivo di spesa che non arriverebbe a 2,4 miliardi. Bastano questi pochi numeri a delineare le prospettive di un dissesto complessivo, ma le stime da cui nascono si basano su una condizione “ottimale” (si fa per dire) lontanissima dalla realtà. I calcoli infatti riguardano solo le spese per le «funzioni fondamentali» rimaste a Città e Province in base alla legge Delrio, come se le altre attività fossero già transitate a Regioni e Comuni insieme al loro personale: il quadro effettivo dell’attuazione della riforma, invece, dice che finora solo sei Regioni delle 15 a Statuto ordinario hanno approvato le leggi di riordino delle funzioni amministrative, e nessuna ha deciso di farsi carico del personale dal 1° gennaio: le date indicate, quando ci sono, sono il 1° luglio o il 1° settembre, e per di più il personale coinvolto è inferiore a quello effettivamente dedicato alla funzione “in transito”. 

I dati arrivano da un documento presentato ieri dall’Upi nel corso delle audizioni alla commissione Bilancio del Senato dove il decreto enti locali ha avviato la propria navigazione verso la conversione in legge. Anche l’Anci, sempre ieri, ha presentato un lungo elenco di richieste di correttivi, che sul versante delle Città metropolitane puntano soprattutto su rimodulazione delle sanzioni per chi ha sforato il Patto nel 2014 e degli obiettivi per rispettare i vincoli di finanza pubblica 2015.

Il problema è quello, evidenziato più volte, del mancato allineamento fra i tempi di attuazione della riforma Delrio e i tagli previsti dalla legge di stabilità che secondo le intenzioni del Governo avrebbero dovuto «spingerla». In pratica, la stretta finanziaria avrebbe dovuto “convincere” gli enti ad accelerare sulla mobilità di funzioni e personale, ma questo non è avvenuto per una ragioni semplice: i tagli sono stati fatti a Province e Città metropolitane, ma le responsabilità dei mancati spostamenti ricadono in larga parte sulle Regioni, che hanno tardato nelle decisioni sul riordino delle funzioni anche come forma di “resistenza passiva” alla riforma, e sul Governo, che per esempio non ha ancora emanato il decreto con i criteri per la mobilità e quello con le tabelle di equiparazione per chi si sposta da un comparto all’altro. Il personale, insomma, è rimasto a carico degli enti di area vasta, e per provare a chiudere i bilanci gli amministratori avanzano una serie di richieste che però hanno bisogno di avalli politici e coperture finanziarie assai difficili da trovare: le Province, in particolare, chiedono di poter scrivere un bilancio solo annuale, perché il preventivo triennale è impossibile da far quadrare, e di avere tempo fino al 30 settembre, corredando il tutto anche con regole per scaricare dai conti gli oneri del personale che non si è ancora trasferito (stessa richiesta dai sindaci per le Città metropolitane) e norme ad hoc per gli enti in dissesto o pre-dissesto.

Sul versante dei Comuni, i sindaci riconoscono la «complessiva, anche se parziale, sistemazione» che il decreto porta a molti problemi aperti, ma chiedono di correggere il Fondo Tasi da 530 milioni (le entrate con contano per il Patto, l’Anci chiede di calcolarle almeno al 40%), di ridurre il taglio perequativo che rischia di colpire duro circa 2mila Comuni per l’utilizzo del criterio dei fabbisogni standard e di scrivere una sanatoria ex post per le delibere di rinegoziazione dei mutui scritte in assenza di base normativa proprio a causa del ritardo con cui il decreto enti locali ha visto la luce (tutti gli approfondimenti su www.quotidianoentilocali.ilsole24ore.com).

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