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Promozione dei Piccoli Comuni e abolizione di enti inutili

Fonte: Italia Oggi

di MATTEO BARBERO (da Italia Oggi) – In collaborazione con Mimesi s.r.l.

Promozione dei Piccoli Comuni e abolizione degli enti inutili. La nota di aggiornamento del Def riassume in questi termini gli obiettivi del nuovo Governo per il riassetto della PA locale, che dovrebbe puntare sulla revisione dell’attuale Testo unico e sull’introduzione di un’Agenda Urbana per lo sviluppo urbano sostenibile. Sui mini enti, la strada della politica, negli anni passati, è stata lastricata di buon intenzioni disattese su almeno due fronti. Da un lato, quello delle semplificazioni gestionali, che malgrado i frequenti proclami in tal senso stentato a farsi largo sul piano dell’effettività. Non è casuale che la Nadef si proponga espressamente di portare ad attuazione la c.d. legge Realacci (la n. 158/2017) che al momento rappresenta poco più che un libro dei sogni. Dall’altro, quello della razionalizzazione ordinamentale, che da almeno un decennio attende l’accorpamento dei municipi che si trovano al di sotto di determinate soglie demografiche.

L’eccessiva «polverizzazione» dei comuni rappresenta, in effetti, un problema annoso dell’ordinamento italiano. Non a caso, le prime misure di aggregazione risalgono alla legge 2248/1865. Successivamente, durante il periodo fascista, vennero adottati, dapprima il regio decreto legge 389/1927, che impose la fusione di oltre duemila enti,e successivamente il regio decreto 383/1934, ove fa la sua comparsa l’istituto della «riunione volontaria» disposta su domanda dei podestà interessati, previo accordo che ne definisse le condizioni. L’alternanza fra strumenti autoritativo/obbligatori e strumenti convenzionali/facoltativi segna anche i successivi sviluppi della legislazione. In epoca repubblicana, perché veda la luce una nuova disciplina generale in materia, occorre attendere la legge 142/1990, che individua nell’unione la forma associativa prioritariamente destinata a favorire i processi aggregativi dei piccoli comuni, in vista, peraltro, della loro fusione. Il fallimento di tale approccio ha suggerito l’abbandono dell’obiettivo più ambizioso dell’accorpamento, la previsione di forme associative più flessibili e soprattutto l’enfasi sugli incentivi economici (statali e regionali) all’aggregazione.

Anche tale strategia (concretizzatasi nelle cosiddette «leggi Bassanini») ha prodotto risultati modesti, favorendo perlopiù la creazione di enti che hanno il solo scopo di accaparrarsi le risorse disponibili. Infine, l’esigenza di risanamento dei conti pubblici ha imposto una nuova accelerazione dei processi aggregativi: con il dl 78/2010, ai comuni di minori dimensioni è stato imposto l’obbligo di gestire in forma associata, mediante unione o convenzione, le proprie funzioni fondamentali. Finora, tuttavia, i risultati sono stati quasi nulli: l’iter è stato scandito da continue proroghe e le funzioni devolute a livello sovracomunale o erano già gestite in forma associata (ad esempio, servizi sociali) o sono piuttosto «leggere» (ad esempio, protezione civile o catasto). Il vero core business include le funzioni «pesanti» (come, ad esempio, amministrazione, gestione finanziaria e contabile e controllo, servizi pubblici locali, pianificazione urbanistica e altro) ed è ancora tutto da trasferire. Su tali temi, la Nadef tace, limitandosi a rilanciare lo slogan ormai un po’ frusto della cancellazione degli enti inutili (ma senza chiarire quali siano).

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