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Prima correzione nel Def di aprile con i due miliardi già congelati

Fonte: Sole 24 Ore

di MARCO ROGARI e GIANNI TROVATI (dal Sole 24 Ore) – In collaborazione con Mimesi s.r.l.

La prima correzione dei conti potrebbe arrivare con il Def di aprile, come accaduto nel 2017. Una correzione implicita, nel senso che non avrebbe bisogno di un decreto legge. Ma effettiva, fondata sull’assicurazione che sarà fatta scattare la «garanzia» da due miliardi congelati dalla manovra ma non inseriti nei conti pubblici. Non a caso questa garanzia, ricordata nei giorni scorsi dal ministro dell’Economia Tria e dal premier Conte, è stata evocata ancora ieri sia dai Cinque stelle, con Stefano Buffagni, sia dalla Lega, con Giancarlo Giorgetti.

La mossa non basterebbe a tenere il deficit nominale intorno al 2%, perché la gelata dell’economia lo alzerebbe almeno di 3-4 decimali rispetto alle previsioni. Ma darebbe un segnale chiaro a Bruxelles sull’intenzione del governo di tradurre in pratica il «monitoraggio continuo» sui saldi promesso a dicembre quando si è fatto l’accordo con la Commissione. Anche se a Roma continua a crescere l’intensità delle critiche alle regole Ue. «Possono funzionare con una crescita sostenuta – ha accusato ieri Tria a Tor Vergata – ma non quando c’è un veloce rallentamento dell’economia», quando finiscono per «agire in direzione tragicamente prociclica». In ogni caso si lavora anche a questa ipotesi di correzione al ministero dell’Economia in vista dei prossimi complicati passaggi per i conti pubblici italiani. Mettere nero su bianco la trasformazione in un taglio di spesa effettivo ai budget dei ministeri la sospensione da due miliardi decisa a dicembre limerebbe di un decimale di Pil il deficit nominale. Dando un segnale a mercati e partner Ue.

L’anticipo ad aprile di questa decisione messa originariamente in calendario per luglio (comma 1119 della manovra) sarebbe comunque solo la prima sfida per un Def che dovrà far emergere tutti i numeri problematici dei conti pubblici. A partire dall’andamento del debito, che solleva le incognite più importanti sui mercati ancora prima che a Bruxelles. A fine anno si prevedeva infatti un debito stabilizzato da una crescita tendenziale allo 0,6%, e ridotto di un punto dal programma di privatizzazioni da 18 miliardi. Ma lo 0,6% sembra ormai quasi irraggiungibile, e sulle privatizzazioni ci sono più ostacoli che certezze.

Accanto a numeri inevitabilmente difficili, Def e programma di stabilità dovranno rilanciare una serie di contromisure che il governo intende mettere in campo. Anche se nella maggioranza serpeggia la tentazione di preparare un Def limitato al quadro tendenziale, «a legislazione vigente», per rimandare le decisioni a dopo le europee. Il precedente immediato è il 2018, quando però fu una scelta obbligata perché un governo Gentiloni in ordinaria amministrazione e ampiamente sconfitto alle elezioni non poteva fare altro. Al Mef però l’ipotesi-rinvio non trova sponde. Perché non c’è oggi un via libera Ue e soprattutto perché limitarsi a registrare gli effetti dello stop alla crescita si tradurrebbe in un nuovo messaggio negativo ai mercati.

Per evitarlo si lavora quindi a un programma su tre pilastri. Nel ricco capitolo fiscale la gestione delle clausole Iva dovrà accompagnarsi alla riforma dell’Irpef targata Lega, che imporrebbe di programmare coperture importanti, dall’addio agli 80 euro all’ennesimo tentativo di revisione delle tax expenditures. Ma al Mef si punta soprattutto su un rilancio delle opere pubbliche, nonostante i mal di pancia nella maggioranza, che nelle speranze di Via XX Settembre arriverebbe rafforzato dal via libera al decreto che distribuisce le risorse del fondo 2019 per gli investimenti della Pa centrale (se si arriverà all’accordo). Allo studio c’è anche un nuovo taglio al costo del lavoro, per dare un’ottica più strutturale al percorso avviato con il mini-taglio alle tariffe Inail. Ma per costruire un impianto del genere bisogna rafforzare il lato delle maggiori entrate, perché per essere sufficiente il taglio agli sconti fiscali dovrebbe essere multi-miliardario. E politicamente impercorribile.

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