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Prefetture, importante il ruolo di raccordo

Fonte: Il Sole 24 Ore

Servono ancora i prefetti? Stando all’intervista di domenica del presidente del Consiglio, si direbbe di no. Per Renzi, non si tratta solo di tagliare qualche prefettura. È proprio l’istituto in sé che andrebbe superato (rottamato?): «Le prefetture – è la sua condanna senza appello – appartengono a un modello di Stato diverso da quello di oggi».

L’espressione «diverso modello di Stato» a me piace. Una riforma amministrativa – come quella annunciata nel sito del Governo – fatta di provvedimenti sacrosanti (alcuni per altro non inediti) sarebbe in effetti inefficace se non si inquadrasse in una scelta strategica. Le amministrazioni dell’età contemporanea (nel tempo di internet e della comunicazione istantanea) non possono più basarsi sui modelli gerarchico-piramidali ereditati dall’Ottocento. Necessitano di schemi organizzativi flessibili e per obiettivi. Richiedono rapidità di esecuzione, e quindi niente procedure inutili, meno autoreferenzialità dei singoli apparati, e un sistema di valutazione del personale e degli uffici basato sul risultato.

Un diverso modello di Stato, dunque. Ma siamo certi che in quel modello il prefetto sarebbe inutile? Tralascio le “glorie” passate dell’istituto. Dal 1861 in poi ha accompagnato tutta la storia d’Italia, di volta in volta assumendo funzioni inedite a seconda della nuova domanda sociale rivolta allo Stato: rappresentanza del governo, repressione e controllo dell’ordine pubblico, censimento e raccolta di dati sul Paese reale, organizzazione delle elezioni (da agente del governo) nello Stato liberale, coordinamento delle istituzioni locali, ponte tra centro e periferia. Centinaia di leggi hanno via via conferito al prefetto delicatissime mansioni, facendone un perno vitale della vita stessa dello Stato. Uno dei migliori prefetti della penultima generazione, Carlo Mosca, ama ripetere che il prefetto è stato la valvola di scarico attraverso la quale hanno trovato sfogo tensioni del sistema amministrativo altrimenti destinate a produrre pericolose fratture. E Sabino Cassese, in un saggio ormai vecchio di qualche anno ma tuttora valido, osservava che nei nuovi sistemi a rete, caratterizzati dal pluralismo dei soggetti e dalla complicazione dei centri di potere pubblico locale, uno snodo regolatore avrebbe pur dovuto esserci, non foss’altro per dare ordine al groviglio istituzionale sul territorio. D’altronde basta ripercorrere la legislazione recente, specie quella – sempre più corposa – prodotta nelle innumerevoli emergenze nazionali, per rendersi conto delle tante croci di volta in volta scaricate (spesso senza mezzi adeguati) sulle spalle larghe dei prefetti: leggi di depenalizzazione, immigrazione, antiracket, protezione civile, ambiente, contrasto alle tossicodipendenze, antimafia e lotta alla criminalità organizzata ecc. E naturalmente, prima tra tutte, la quotidiana gestione della rete delle questure, vero baluardo dello Stato sul territorio.

Ma è specialmente nel delicato ruolo di raccordo infraistituzionale che la prefettura giustifica ancora ampiamente la sua esistenza. Se una debolezza si può individuare nella storia amministrativa italiana, sta infatti proprio nel paradosso del “centro debole”, cioè della pluralità non coordinata degli uffici provinciali dei vari ministeri, da sempre largamente sottratti all’autorità del prefetto. In un sistema come il nostro, per così dire a canne d’organo, il prefetto è stato a lungo pressoché l’unico funzionario generalista, il solo cioè dotato di una visione unitaria dell’amministrazione e dei suoi compiti.

Ma allora, si possono o no cancellare le prefetture? Nulla vieta, ovviamente, di revisionare la geografia delle sedi, magari accorpandone alcune. Ma usando la forbice del potatore sapiente, non la scure del disboscatore. Prima di ridurre le attuali prefetture da 103 a 40 (come si propone), sarebbe bene riflettere sull’abbandono di interi territori e soprattutto sulla mole di carichi di lavoro che ne deriverebbe alle sedi superstiti. Conoscere per deliberare, dice una vecchia massima: l’amministrazione non la si può riformare se non la si conosce.

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