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Per Comuni e Regioni il flop delle partecipate: cedute solo 200 su 1650

Fonte: Repubblica

di MARCO RUFFOLO (da la Repubblica del 2 febbraio 2020)

Non più di duecento vendute in tutta Italia. Le migliaia di società comunali e regionali da cedere si sono ridotte a un pugno di imprese. Eppure eravamo partiti lancia in resta con l’intenzione di abolirne o metterne sul mercato addirittura settemila. Era il 2014 e l’allora commissario alla spending review, Carlo Cottarelli non aveva ancora gettato la spugna. Il premier Matteo Renzi si azzardò ad annunciare una potatura senza precedenti: da ottomila a mille in un triennio. Negli anni successivi l’impresa fu ridimensionata e si passò a 1.650. Oggi sappiamo che le società vendute sono circa 200, che corrispondono (secondo un rapporto medio di quasi tre quote nella stessa società) a 572 partecipazioni alienate, secondo l’ultimo rapporto del Tesoro. Insomma, un’inezia: il 12% di quanto ci era impegnati a vendere, addirittura il 2,8% di quanto era stato inizialmente promesso. (…)
La riforma aveva per la prima volta indicato i casi in cui sarebbe stato obbligatorio per un Comune o per una Regione vendere o chiudere le proprie partecipate: amministratori più numerosi dei dipendenti, fatturato inferiore a 500 mila euro, perdite in bilancio per 4 degli ultimi 5 anni, doppioni, attività non strettamente necessarie per il perseguimento delle finalità istituzionali. Dopo una generale ricognizione, quasi ottomila enti territoriali dichiararono di avere quote in 5.800 società (senza considerare gli organismi non societari), e, sulla base dei divieti introdotti dal governo Renzi, si dissero disposti a uscire da 1.650 società. Le restanti imprese sarebbero rimaste nelle loro mani, per lo più senza alcun intervento di razionalizzazione. Il Tesoro disse subito che il 40% delle aziende sopravvissute non rispettava i paletti della riforma Madia. Ma l’avvertenza cadde nel vuoto. Quando si passò dalle intenzioni ai contratti le mille società da vendere si ridussero a duecento. Per di più, questo succedeva prima della sanatoria introdotta dalla legge di bilancio del primo governo Conte, che consente a Comuni e Regioni fino a tutto il 2021 di tenersi tutte le società purché abbiano fatto utili negli ultimi tre anni.

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