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Patto di stabilità non più onorabile

Il patto di stabilità non sarà più onorabile da parte nostra”. Lo ha affermato ieri il presidente dell’Anci e sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio, uscendo dall’ufficio di presidenza dell’Anci e commentando il provvedimento della spending review. Una presa di posizione che potrebbe addirittura essere rivista in senso peggiorativo se il mese prossimo prenderanno corpo – come sembra probabile – i tagli da 10 miliardi di euro studiati dal supercommissario Enrico Bondi. Il patto di stabilità “si regge su entrate e uscite e se le entrate non ci sono più non si capisce come si potrà fare a meno di chiudere i comuni, cosa che a settembre valuteremo: se chiudere diversi servizi in tutte le città italiane” ha annunciato Delrio, chiedendo in una lettera ai deputati “un utile confronto con il comparto dei comuni in merito al provvedimento sulla spending review”. Dopo aver ricordato che i comuni hanno “abbondantemente partecipato, negli ultimi anni, alle manovre per il risanamento del Paese” e che “rispettano il Patto di stabilità con limiti sempre più stringenti”, Delrio sottolinea che “l’attuale comma 6 dell’articolo 16 impone ai comuni un taglio a valere sul Fondo sperimentale di 500 milioni per il 2012 e di 2000 milioni a decorrere dal 2013”. “Non è possibile – evidenzia Delrio – continuare con la logica dei tagli nei confronti di enti, i comuni, che hanno già subito tagli e manovre di ogni tipo e che hanno predisposto un bilancio il quale in molti casi non potrà vedere rispettati gli impegni presi”. “Solo per quest’anno – conclude il presidente dell’Anci – la manovra in oggetto si aggiunge infatti a un sacrificio finanziario superiore a 3 miliardi e mezzo di euro”. A fare da corollario alle parole del presidente Anci, la denuncia del sindaco di  Lecce, Paolo Perrone, neo-nominato fra i rappresentanti della Conferenza Stato-Regioni-Città che ha tenuto una riunione operativa a Roma sulla questione Imu. “I mancati trasferimenti e, nel caso specifico di Lecce, anche i tagli aggiuntivi che il Ministero ha apportato alla nostra città sulla base di errate previsioni, rendono la situazione economico-finanziaria degli enti comunali drammatica, perchè priva di liquidità utile a garantire i servizi primari alle comunità”. “Sul tavolo della prima riunione della Conferenza Stato-Città – evidenzia Perrone – sono finiti i criteri del Riparto del Fondo di riequilibrio. Come già evidenziato dai vertici dell’Anci, nei giorni scorsi, il decreto Monti registra tagli lineari e indistinti, e che quindi non intervengono puntualmente sugli sprechi”. Insieme al presidente Anci Delrio, al Sottosegretario all’Interno Saverio Ruperto, al Sottosegretario all’Economia Vieri Ciariani e ai sindaci di Roma, Cagliari e Livorno, Gianni Alemanno, Massimo Zedda e Alessandro Cosimi – tutti concordi sulla necessità di esprimere le difficoltà del momento e di rappresentare i bisogni dei cittadini – Perrone, si legge in una nota, ha proposto che lo Stato anticipi al 15 settembre almeno parte della rata dei trasferimenti destinati ai comuni (la cui erogazione è prevista per il mese di ottobre), utile a recuperare quel differenziale esistente tra previsioni ministeriali sull’Imu, “che in molti casi hanno contribuito ad aumentare anche i tagli secchi per i comuni – e quanto effettivamente incassato”. “La richiesta giunge per far comprendere chiaramente – conclude – che l’imposizione dell’Imu ha inciso negativamente sulla pressione fiscale e ha creato non pochi danni alle amministrazioni comunali, incapaci di far fronte alle primarie esigenze della cittadinanza e impossibilitate a garantire i servizi fondamentali”. In tutto ciò appare come una vera e propria tegola lo studio del commissario alla spending review Bondi, illustrato nei giorni scorsi al Parlamento, che individua nel sistema delle autonomie eccessi di spesa per 10 miliardi di cui 2,4 di regioni, 2,3 di province, 4,6 di grandi comuni. Nessun giudizio sulla virtuosità – viene spiegato – solo spese superiori alla linea “mediana”. Il dossier di fatto introduce una sorta di “trappola statistica” per gli enti locali, divisa in tre studi. Il primo, elaborato con i dati del Sistema informativo sulle operazione degli enti pubblici (Siope) calcola gli eccessi di spesa di regioni, province, comuni ma anche delle università (pari a 532,4 milioni) e degli enti di ricerca (276, 2 milioni). Un secondo studio, basato su informazioni Istat, focalizza l’attenzione sulle sottocategoria della spesa per consumi intermedi dei comuni con popolazione superiore ai 100.000 abitanti. Un terzo volume analizza invece l’inefficienza di spesa per i pagamenti dei comuni,  in base ai dati di Sose. Guardando da una parte al rapporto della spesa per la popolazione, da un lato, e alla spesa per il numero di dipendenti, dall’altro, emerge che gli “eccessi di spesa” delle regioni ammontano a 2.470,4 milioni di euro, di questi 1.078,5 milioni sono del Sud, 1005,5 al Nord e 386,5 del Centro. Per i comuni, invece, l’importo “sopra la mediana” è di 4.607,8 milioni di euro: 2.004,0 milioni nei comuni del Nord, 1.667,8 in quelli del Centro, 935,9 milioni per quelli del Sud e delle isole. I 2.293 milioni degli “eccessi di spesa” delle province, invece sono ripartiti per 931 milioni al Nord 518,5 al Centro e 842,8 al Sud. A questi dati, poi, lo studio aggiunge i risultati relativi alle università e degli enti di ricerca.

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