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Non si sa neanche come chiamarli

Fonte: Italia Oggi

Fra le questioni legate all’immigrazione in Italia ve n’è una che si presenta tanto particolare, quanto sconosciuta (fuori del mondo degli addetti ai lavori), quanto incredibilmente complessa. Si tratta dell’onomastica degli stranieri, per esprimerci tecnicamente, dei cognomi, cioè, di cittadini comunitari ed extracomunitari che risiedono in Italia o che assumono la cittadinanza italiana. Ne ha esaminato alcuni punti dolenti l’Anci, associazione dei comuni, nella propria rivista. Il ministero dell’Interno ha dovuto emanare, più volte, circolari per uniformare il comportamento degli addetti agli uffici di stato civile e alle altre strutture pubbliche che hanno rapporti con gli stranieri, soprattutto extracomunitari.

La prima curiosità che si rileva (curiosità per chi esamini dall’esterno, ma problema per chi si trovi a doverlo risolvere) riguarda il cosiddetto nome di mezzo. Si tratta, quasi sempre, del cognome materno, che però, venendo inserito fra il nome proprio e il cognome, non è sempre identificato correttamente. In tal modo un ufficio può ometterlo, un altro interpretarlo come secondo nome proprio, un altro come primo cognome. Sono apparsi frequenti i casi interessanti cittadini filippini, come ha chiarito la loro stessa ambasciata. Un filippino che si chiami Pedro (nome) Santos (nome di mezzo) Cruz (cognome) bisognerà che venga registrato in Italia come Pedro Cruz, omettendo il cognome materno.

Altre difficoltà sorgono con le catene onomastiche di cittadini arabi, segnatamente egiziani. Al primo nome (per esempio Mohammed) seguono il patronimico (Ahmed) e gli avonimici (Alì, Rahman), ossia il nome del padre, del nonno e del bisnonno (talvolta perfino del trisavolo). Il figlio acquisisce il proprio nome (Omar), che premette a Mohammed, conservando poi Ahmed e Alì e perdendo Rahman. Una circolare dell’Interno ha segnalato che i nuovi passaporti elettronici egiziani riportano come cognome l’ultimo avonimico e come nome tutti gli altri precedenti. Ovviamente diventa impossibile identificare un cognome di famiglia: il figlio non ha, ordinariamente, lo stesso cognome del padre.

Un altro caso, veramente singolare, riguarda soprattutto pachistani e indiani sikh: maschi e femmine portano cognomi specifici del proprio sesso (Singh i maschi, Kaur le femmine). Una sikh che divenga cittadina italiana dovrebbe portare il cognome paterno, secondo la nostra legge, ma in tal caso da Kaur diverrebbe Singh, assumendo un’indicazione maschile. Simile è il caso di cognomi slavi declinati secondo il genere: come può il figlio di una signora Ivanova, privo di rico-noscimento paterno, chiamarsi come la madre, ossia secondo il genere femminile?

Ci sono i casi, soprattutto nel subcontinente indiano, di stranieri privi di cognome. Le soluzioni studiate con alcune ambasciate (indiana, bengalese) non sembrano soddisfacenti, fra l’altro mancando in India una legge che regoli i cognomi. Differenze si registrano fra i doppi cognomi paterno e materno: ai cittadini spagnoli e portoghesi è consentito, in caso di acquisizione della cittadinanza italiana, serbare il doppio cognome, mentre ai latino americani è imposta la rinuncia al doppio cognome.

Un’ultima conseguenza di queste situazioni è data dai codici fiscali identici. Aggiungendosi alle omonimie di cognome e spesso anche di nome (basti pensare a quanti seguaci dell’islam si chiamino col nome del profeta in italiano chiamato Maometto) i casi, frequenti soprattutto in Africa e Asia, di mancanza della data di nascita, sostituita con l’indicazione del primo giorno dell’anno, i doppioni si moltiplicano.

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