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No alla decadenza dall’azione disciplinare fuori tempo se l’ente deve accertare la violazione

Fonte: Sole 24 Ore

di MICHELE NICO (dal Sole 24 Ore) – In collaborazione con Mimesi s.r.l.

Il termine per l’avvio dell’azione disciplinare, in caso di una infrazione ai doveri d’ufficio che preveda il licenziamento del dipendente, non è automaticamente e rigidamente connesso alla momento della segnalazione o della denuncia del fatto, perché se lo fosse l’amministrazione non avrebbe i necessari margini di tempo e l’autonomia di valutazione per sondare la fondatezza della denuncia e l’attendibilità della fonte della notitia criminis. Questo il principio formulato dalla Corte d’appello, sezione lavoro, di Ancona con la sentenza n. 370/2019.
La massima è importante perché dà tempo e modo all’amministrazione di valutare al meglio l’infrazione del dipendente per le conseguenti misure del caso, senza il rischio di incorrere nella decadenza dall’azione disciplinare per inottemperanza del termine previsto dall’articolo 55-bis, comma 4, del Dlgs 165/2001, fissato in massimo 40 giorni, articolato in più fasi, tra la data in cui l’ufficio abbia acquisito notizia dell’infrazione e la data della contestazione dell’addebito.
Secondo questo disposto, nel caso di infrazione che preveda l’irrogazione di sanzioni superiori al rimprovero verbale «il responsabile della struttura presso cui presta servizio il dipendente, segnala immediatamente, e comunque entro 10 giorni, all’ufficio competente per i procedimenti disciplinari i fatti ritenuti di rilevanza disciplinare di cui abbia avuto conoscenza. L’ufficio competente per i procedimenti disciplinari, con immediatezza e comunque non oltre 30 giorni decorrenti dal ricevimento della predetta segnalazione (…) provvede alla contestazione scritta dell’addebito e convoca l’interessato, con un preavviso di almeno 20 giorni, per l’audizione in contraddittorio a sua difesa».

Il fatto
Un dipendente comunale, con profilo di istruttore responsabile del servizio cimiteri, ha presentato appello contro la decisione con cui il Tribunale di Urbino ha rigettato l’opposizione all’ordinanza che, in fase sommaria, aveva respinto l’impugnativa del licenziamento disciplinare comminato al ricorrente dal Comune con provvedimento del 27 aprile 2016.
Alla base della grave sanzione inflitta c’era un episodio di indebita appropriazione di circa 20 mila euro da parte del dipendente de quo, che aveva trattenuto i corrispettivi pagati dagli utenti anziché riversarli nelle casse dell’ente.
Senza considerare i profili connessi all’azione penale esperita in seguito all’evento, la Corte d’appello si è occupata della doglianza del lavoratore in ordine alla presunta tardività dell’azione disciplinare intrapresa dal Comune nei suoi riguardi.
Secondo il ricorrente, il tribunale avrebbe errato nel non ritenere decaduta l’azione disciplinare dell’amministrazione, in relazione alla cronologia dei fatti in causa e tenuto conto dei termini imposti dal suddetto articolo 55-bis del Dlgs 165/2001.
Il Comune era venuto a conoscenza dell’infrazione del dipendente nel novembre del 2013, mentre il procedimento disciplinare era stato avviato dall’ente con una comunicazione del 2 febbraio 2015, e quindi ben oltre il termine perentorio dei 40 giorni prescritto dal disposto di cui sopra.
Il ricorrente ha osservato che l’ente locale nel novembre 2014 aveva attuato un piano di rotazione dei dipendenti assegnati al ruolo di responsabili dei servizi cimiteriali, da cui si poteva agevolmente dedurre la piena consapevolezza del Comune circa l’elevato rischio di commissione di fatti di corruzione nell’ambito dell’ufficio in questione.

La decisione
Tutte le ragioni addotte dal lavoratore sono state ritenute infondate dalla Corte, che ha invece confermato la legittimità del licenziamento disposto dalla Pa, ancorché avvenuto senza il puntuale rispetto dei termini prescritti dall’articolo 55-bis sopra richiamato.
I giudici hanno osservato, in primo luogo, che «lo sviluppo storico dei fatti di causa è incontestato tra le parti», dato che «il reclamante ha prestato totale acquiescenza all’accertamento di merito compiuto dal primo giudice in ordine alla sussistenza dell’illecito disciplinare e alla proporzionalità e adeguatezza, rispetto a esso, della massima sanzione espulsiva».
Il collegio ha chiarito che la sequenza procedimentale prevista dall’articolo 55-bis del Dlgs 165/2001 non può applicarsi alla lettera senza tenere conto «della possibilità, anzi della necessità, per la pubblica amministrazione datrice di lavoro di compiere gli accertamenti più opportuni, onde ricostruire l’ipotizzato illecito in tutti i suoi elementi costitutivi, verificando la sussistenza non solo dell’elemento materiale o oggettivo, ma anche e soprattutto dell’elemento soggettivo».
In caso contrario, hanno scritto ancora i giudici, l’interpretazione normativa incorrerebbe in «un aberrante automatismo tra qualsiasi segnalazione o denuncia del terzo e l’avvio dell’azione disciplinare» che finirebbe per tradire lo spirito della legge.
La necessità di superare un’interpretazione letterale, che si giustifica in rapporto a chiare finalità di interesse pubblico, ha peraltro trovato un’autorevole conferma da parte della Corte di cassazione, la quale ha asserito che «la contestazione dell’addebito deve essere effettuata entro 40 giorni dall’acquisizione della notizia dell’infrazione da parte dell’ufficio competente, sempre che si tratti di notizia che contenga gli elementi sufficienti a dare un corretto avvio al procedimento disciplinare, mentre il termine non può decorrere se la notizia, per la sua genericità, non consenta la formulazione dell’incolpazione, ma richieda accertamenti di carattere preliminare, volti ad acquisire i dati necessari per circostanziare l’addebito» (Cassazione lavoro, sentenza n. 16706/2018).

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