Nessuna priorità per il patronimico: Strasburgo condanna l’Italia

I genitori devono avere il diritto di dare ai figli il solo cognome materno. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che ieri ha condannato l’Italia per aver violato i diritti di una coppia di coniugi avendogli negato la possibilità di attribuire alla figlia il cognome della madre invece di quello del padre. Nella sentenza, che diverrà definitiva tra 3 mesi, i giudici indicano che l’Italia “deve adottare riforme” legislative o di altra natura per rimediare alla violazione riscontrata.
Secondo la Cedu, l’Italia ha violato il diritto di non discriminazione tra i coniugi in congiunzione con quello al rispetto della vita familiare e privata. In particolare, i giudici sostengono che “se la regola che stabilisce che ai figli legittimi sia attribuito il cognome del padre può rivelarsi necessaria nella pratica, e non è necessariamente una violazione della convenzione europea dei diritti umani, l’inesistenza di una deroga a questa regola nel momento dell’iscrizione all’anagrafe di un nuovo nato è eccessivamente rigida e discriminatoria verso le donne”.
Nella sentenza i giudici sottolineano anche che la possibilità introdotta nel 2000 di aggiungere al nome paterno quello materno non è sufficiente a garantire l’eguaglianza tra i coniugi e che quindi le autorità italiane dovranno cambiare la legge o le pratiche interne per mettere fine alla violazione riscontrata.
“La Corte di Strasburgo ha ragione”, ha twittato  il premier Enrico Letta, “adeguare in Italia le norme sul cognome dei nuovi nati è un obbligo”.

Le sentenze della Corte di Cassazione
La questione è stata affrontata, nei mesi scorsi, dalla Corte di Cassazione, che aveva cercato di mettere qualche pezza alla normativa, come confermato anche ieri dalla Corte europea, carente però sotto più di un punto di vista.
Si tratta, molto semplicemente, del divieto a ripetersi di qualsiasi forma di discriminazione fondata sul sesso, scolpita nella Carta dei diritti Ue, che naturalmente l’Italia deve rispettare in quanto membro dell’Unione a 28. Negli ultimi anni, dunque, la Cassazione ha dato conferma di voler avviare l’iter per l’abbandono delle disposizioni di legge che vietano l’assegnazione del cognome della madre sul territorio dello Stato italiano.
L’incedere della Suprema Corte è dovuto anche al mancato intervento del Parlamento che, interpellato più di una volta da Piazza Cavour sull’argomento, si è visto scavalcare sul tema dai giudici della Cassazione dopo il silenzio di alcuni anni. Così, era stata proprio la Cassazione a stabilire come l’obbligo di legare il cognome del figlio a quello del padre non fosse altro che un “retaggio di una concezione patriarcale della famiglia non più in sintonia con l’evoluzione della società e le fonti di diritto soprannazionali”.
Un’altra sentenza, emessa dalla stessa Corte, nei mesi scorsi ha stabilito che, nel caso in cui il figlio non venga riconosciuto da entrambi i genitori, va attribuito per primo il cognome del genitore che ha effettuato il riconoscimento. E ciò, ovviamente, in ragione di una non specificata priorità al cognome del padre, ovviamente assente in normativa e che ora la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha chiesto di annullare definitivamente.

Vince la famiglia Cusan-Fazzo, ecco la storia
Se fosse dipeso da loro i loro tre figli porterebbero già il cognome materno, invece di quello del padre. Ma questo in Italia non è possibile e così, dopo anni di battaglie nei tribunali italiani, Alessandra Cusan e Luigi Fazzo tra febbraio e marzo 2013 portarono il loro caso davanti alla Corte europea dei diritti umani.
I coniugi sostennero che il rifiuto delle autorità italiane all’utilizzo del cognome della madre, costituiva una violazione del loro diritto alla vita privata e familiare, oltre a quello a non essere oggetto di discriminazione, e quindi a vedere tutelata la parità dei coniugi.
I giudici sembrarono subito orientati a pensare che la coppia potesse anche aver ragione: avevano infatti comunicato il caso a Roma, che doveva poi dare giustificazioni. Di fatto si doveva rispondere secondo quali criteri in Italia è obbligatorio dare ai figli il cognome del padre. In base alle risposte del Governo la Corte avrebbe valutato poi se il ricorso era ammissibile e in caso affermativo si sarebbe pronunciata sul merito come fatto oggi.
La battaglia della coppia Cusan-Fazzo ha avuto inizio nell’aprile del 1999, con la nascita di Maddalena. I genitori chiesero di registrare la bambina col cognome della madre ma all’anagrafe rifiutarono. I coniugi fecero allora ricorso al tribunale di Milano che tuttavia lo rigettò asserendo che, anche se non c’era una legge specifica che imponga di dare il cognome del padre ai figli, questa era tuttavia una regola radicata nella coscienza sociale e nella storia italiana.
Il caso arrivò fino alla Corte costituzionale, che pur dichiarando la questione irricevibile, osservò come l’attuale sistema era frutto di una concezione patriarcale della famiglia che non era più compatibile col principio costituzionale della parità tra uomo e donna. E alla stessa conclusione arrivò per ben due volte anche la Cassazione che si pronunciò sulla questione per l’ultima volta nel settembre del 2008.
Ma tutto questo non ha cambiato la situazione. Nel frattempo sono stati presentati diversi progetti di legge alla Camera e disegni di legge al Senato per modificare quegli articoli del codice civile che dettano le regole per il cognome dei coniugi e dei loro figli. Ma non si e’ mai arrivati alla discussione.
Ora che la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia, il Parlamento è costretto a rivedere la legislazione in materia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.