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Mattone di Stato, il piano di dismissioni accelera e punta oltre il miliardo

Fonte: Sole 24 Ore

di GIANNI TROVATI (dal Sole 24 Ore) – In collaborazione con Mimesi s.r.l.

Il Tesoro accelera sul piano di dismissioni del mattone pubblico. «Disponibili per la vendita», secondo l’ultimo censimento del ministero dell’Economia, ci sono immobili per 1,98 miliardi, ma è probabile che gli elenchi di beni da piazzare, per attuare il progetto previsto dalla manovra, si fermino un po’ sotto quel valore. L’obiettivo è di superare nettamente il miliardo di euro, anche per avere un piccolo cuscinetto di sicurezza che metta al riparo dal rischio di imprevisti i 950 milioni di euro di dismissioni messi a bilancio per quest’anno (altri 150 milioni all’anno sono previsti per 2020 e 2021).

A spingere la macchina del piano di dismissioni non è il caos Imu che ha iniziato a circondare il mattone di Stato, ma le prospettive dei conti pubblici su cui pendono interrogativi crescenti anche alla luce del modestissimo +0,2% di crescita atteso nelle previsioni per il 2019 italiano della Commissione europea (il dato ufficiale arriverà oggi). In questo quadro i 950 milioni di entrate da dismissioni, che non sono calcolate nel quadro di finanza pubblica, offrirebbero un aiuto aggiuntivo a non far alzare troppo il deficit, insieme ai due miliardi di accantonamenti congelati fino al check up di luglio. Anche questi fondi sono esclusi dal quadro programmatico: per cui le due misure, se le dismissioni riusciranno e il congelamento delle spese si trasformerà in taglio effettivo, taglierebbero il deficit di uno 0,15% del Pil. Non moltissimo. Vista la congiuntura, però, tutto aiuta. Il problema è riuscire davvero a tradurre i piani in costruzione in entrate effettive per il bilancio pubblico. L’idea non è ovviamente quella di non dare un mercato immobiliare già asfittico di nuovo mattone, spesso peraltro in condizioni che accendono golosità particolari in eventuali compratori. La strada, ancora una volta, sarebbe quindi quella di conferire il mattone in fondi pubblici; quote di questi fondi potrebbero andare a Cdp e soprattutto a Invimit, la Sgr del Tesoro che per questa via finanzierebbe l’avvio dei lavori per la valorizzazione degli immobili.

Al Tesoro calcolano infatti che tutto l’iter burocratico che porta alla variazione di destinazione d’uso, cioè al passaggio essenziale per attirare investitori privati intenzionati a trasformare una caserma o un palazzo pubblico in qualcosa di commerciabile, impieghi in media tre anni. Ma i conti non possono aspettare. Di qui l’idea dei fondi. La strada non è esattamente inedita. E anche negli anni scorsi non sono mancati tentativi di fare cassa con il mattone sfociati in risultati più magri del previsto. Questa volta, per cercare un gioco di squadra fra le diverse amministrazioni mancato in passato, la manovra propone un premio, dal 5 al 15% delle entrate da valorizzazione o dismissione, per gli enti locali che collaborano evitando di fare resistenza sulla leva cruciale del cambio di destinazione d’uso. A fissare l’incentivo, all’interno della forchetta indicata dalla legge di bilancio, saranno i provvedimenti attuativi, chiamati a dettagliare i quattro elenchi di immobili di Mef, ministero della Difesa, e delle altre pubbliche amministrazioni centrali da mettere sul mercato. Il tutto entro fine mese. Se l’accelerazione riuscirà a tenere il ritmo.

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