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Lavori in ritardo per 7 cantieri su 10

Fonte: Il Sole 24 Ore del lunedì

Sette opere pubbliche su dieci – fra quelle aggiudicate e concluse fra 2008 e 2011 – sono in ritardo. È per la precisione del 67,9% la percentuale di lavori, grandi o piccoli, che non riescono a rispettare le promesse, o meglio i vincoli previsti nel contratto d’appalto. A dirlo sono i dati dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, peraltro elaborati sulla base delle informazioni che gli stessi enti appaltanti trasmettono all’Osservatorio dei contratti pubblici.
È una prima, impietosa, fotografia che documenta quello che da sempre è sotto gli occhi di tutti: sono pochissime le ammministrazioni in Italia che riescono a «gestire» la realizzazione di una scuola, di un ufficio pubblico o di una strada, senza sorprese e senza sforare rispetto ai tempi, anche se calcolati con meticolosità prima di firmare il contratto.
Così come non desta sorprese il fatto che a pesare di più sui ritardi sono gli appalti più costosi, che sono di solito anche i più complessi: il record negativo di ritardo (83,9 % dei casi) spetta alle opere tra 1 e 5 milioni di euro di durata fino a un anno. D’altra parte riescono a fare relativamente meglio solo le opere fino a due anni ma che hanno un importo limitato fino a un milione di euro (43% di sforamento), forse perché la durata è stata pianificata con maggiore cura.
Il presidente dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, Sergio Santoro, vede diverse motivazioni alla base di questa cronica lentezza: «Non c’è una sola causa scatenante e bisognerebbe analizzare caso per caso. Di certo il contenzioso che si scatena già in fase di gara è molto alto e spesso blocca l’opera a cantiere già aperto». Per questo Santoro invoca un periodo «limitato e circoscritto» in cui concentrare tutte le obiezioni: dal dibattito con i cittadini ai ricorsi. «Passato questo periodo – aggiunge – dovrebbe diventare impossibile sospendere i lavori e si dovrebbe lasciare lavorare l’appaltatore in modo tranquillo».
Ma Santoro apprezza anche la mossa dell’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, di mettere un freno alle riserve sull’opera (massimo 20%), responsabili di buona parte del contenzioso in fase di esecuzione dei lavori: «Il tetto serve anche a garantire risparmi e una sana concorrenza; se si permette di sfondare si favorisce il vincitore, che recupera così i ribassi con cui magari ha vinto la gara».
In questo quadro, balza comunque agli occhi quando si vedono cartelli di opere che riescono ad arrivare al traguardo con un anticipo sulla tabella di marcia. Per fare un esempio, agli automobilisti in viaggio in estate sulla A9 fra Milano e Como più di un’insegna ricordava che si stava percorrendo un tratto interessato da lavori di ampliamento, conclusi in anticipo. «Negli ultimi 3 anni – spiega Gennarino Tozzi, condirettore generale Sviluppo rete di Autostrade per l’Italia – abbiamo anticipato l’apertura al traffico di circa 80 chilometri di nuove “terze corsie” della A1, A9 e A14, per un totale di sei interventi. Sulle stesse tratte, Autostrade per l’Italia ha anche aperto al traffico in anticipo quattro nuovi svincoli».
Anche per il futuro la società punta a chiudere in anticipo i lavori per la terza corsia in tre tratte della A14: Rimini Nord-Cattolica; Pesaro-Fano e Senigallia-Ancona Nord. «Il punto – precisa Tozzi – sta nell’arrivare a progetti tali da evitare contenziosi e richieste di varianti. Noi abbiamo iniziato questa avventura del fare prima e bene grazie alla nostra azienda Pavimental. Ma tutte le imprese che lavorano con noi sanno che il progetto è inattaccabile e conviene a tutti chiudere i cantieri prima possibile. Il fatto però di avere un’impresa interna che possa occuparsi del progetto come dei lavori è stato essenziale».
Il versante dei lavori pubblici, con questa crisi dell’edilizia residenziale, inizia comunque ad apparire sempre più come ossigeno vitale per le aziende del settore costruzioni. «Per combattere il Moloch della burocrazia – dice Paolo Buzzetti, presidente Ance – si è arrivati all’eccesso opposto. Oggi l’amministratore pubblico sente di essere solo dinanzi alla possibilità di cause e controversie originate da un via libera a determinate infrastrutture». Insomma, una sorta di “paralisi della firma” che va combattuta «rimettendo la pubblica amministrazione nella condizione di decidere. Noi non abbiamo maggiori procedure rispetto agli altri Paesi; solo i tempi sono troppo lunghi e i progetti rischiano di diventare irrimediabilmente vecchi».
Il problema scivola così sul versante della sostenibilità economica. E di una torta sempre più ridotta. «Dal canto nostro – puntualizza Buzzetti – non siamo d’accordo che i lavori si facciano meglio e con marginalità superiori grazie alle società in house. A ogni modo, con questa congiuntura favorire i lavori in house rischia di portare alla deidustralizzazione del settore, con la perdita di tutto un tessuto di imprese, soprattutto piccole e medie, che hanno fatto tanto in questo campo e che sono tanto importanti, anche per il numero di persone cui danno lavoro». Da qui la proposta di Buzzetti, secondo cui «per un periodo di almeno tre anni i concessionari dovrebbero mettere a gara il 100% dei lavori. Stiamo ragionando con loro come con il Governo. Ci sono evidenti ragioni di interesse sociale e di tenuta del settore».

I NUMERI

8,3 miliardi
Mercato lavori pubblici
Totale appaltato nel 2011 suddiviso per oltre 128mila gare (sopra i 150mila euro) censite nella banca dati dell’Autorità contratti. Rispetto al 2010 la flessione è stata del 14 per cento.

-44%
Risorse per infrastrutture
Dal 2008 al 2012 la spesa indicata nel bilancio dello Stato per investimenti in opere pubbliche si è ridotta, secondo le stime Ance, di quasi la metà, arrivando a circa 30 miliardi.

19 miliardi
Debiti della Pa
Questa è la cifra dei crediti maturati dalle imprese di costruzioni per ritardo nei pagamenti delle opere pubbliche, secondo l’Ance.

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