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L’Ance chiede lo stato di crisi

Fonte: Il Sole 24 Ore

ROMA – Il settore dell’edilizia è in prima linea nella sofferenza per i mancati pagamenti dei debiti scaduti della pubblica amministrazione. Da mesi le imprese di costruzioni denunciano un progressivo allungarsi dei tempi di pagamento, dovuto soprattutto ai vincoli del patto di stabilità che pesano sugli enti locali. L’Ance, l’associazione nazionale dei costruttori edili, stima ormai in otto mesi i tempi medi di pagamento, con punte che in alcune zone raggiungono i 24 mesi. Il 77% delle imprese che lavorano con i Comuni denunciano ritardi gravi o cronici nei tempi di pagamento. Va confrontato con il 33% del dato sulle Regioni, il 24% dei ministeri, il 10% dell’Anas e il 7% delle Ferrovie. L’imbuto non è quasi mai nei grandi enti di spesa, ma negli enti locali. «Ormai i comuni sottoposti alle restrizioni di cassa e alla rigidità del patto di stabilità smettono di pagare a maggio», è la valutazione pressoché unanime delle imprese del settore. La stessa Ance denuncia in un proprio documento come i pagamenti dei lavori realizzati nella prima parte dell’anno vengono pagati all’anno successivo, mentre l’intera macchina degli appalti comunali si blocca per l’impossibilità a chiudere i lavori aperti e ad aprirne di nuovi. Gli appalti dei comuni sono praticamente dimezzati negli ultimi 4-5 anni. L’Ance denuncia le difficoltà e tenta di correre ai ripari. «La grave crisi in cui versa il settore delle costruzioni ha spinto il comitato di presidenza dell’Ance a denunciare lo stato di crisi del settore». Il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti, ha scritto proprio ieri al premier Mario Monti per segnalare come la crisi di liquidità di cui le imprese di costruzioni sono vittime sia «accentuata drammaticamente dall’inaccettabile ritardo con cui la pubblica amministrazione paga le imprese per i lavori regolarmente eseguiti». La mappa territoriale evidenzia situazioni di patologia cronica. L’Acen, l’associazione napoletana dei costruttori, ha esaminato un campione di una sessantina di appalti per un importo contrattuale complessivo di 1.905 milioni di euro. L’importo del credito scaduto su questo ammontare è pari a 301 milioni, pari a poco meno di un sesto. Ma le tabelle rivelano come ancora più pesante sia l’altro effetto collaterale del blocco dei pagamenti: quello dei lavori rallentati o bloccati che infatti presentano un «residuo lavori» di 582 milioni, pari al 30% del totale. Ma non è solo il Mezzogiorno a soffrire. Le associazioni territoriali evidenziano ovunque ritardi nei pagamenti e ammontare di crediti bloccati. A Verona, per esempio, le imprese denunciano mancati pagamenti della pubblica amministrazione per 200 milioni, con un ritardo medio di sei mesi e punte di ritardo di 18 mesi. Anche i comuni della provincia di Bologna presentano ritardi di 12/18 mesi, sempre dovuti al rispetto del patto di stabilità. La Camera di commercio bolognese si è fatta carico del costo della cessione del credito, ma – denuncia l’Ance Bologna – «purtroppo non tutte le banche assecondano queste operazioni e soprattutto da novembre a oggi riscontriamo un’eccessiva ritrosia degli istituti di credito a sostenere le imprese in operazioni di cessione di credito certi ed esigibili». Anche l’Acer, l’associazione dei costruttori romani, si dice molto preoccupata «soprattutto per il futuro». Registra per il comune di Roma «la sostanziale impossibilità a far fronte agli impegni assunti e inevasi nei confronti delle imprese per 150 milioni e a pianificare una politica di investimenti in opere pubbliche per l’annualità 2012». Un tema che ritorna, dunque. Il danno del blocco dei pagamenti al sistema economico non solo crea difficoltà finanziarie enormi alle imprese, già appesantite dalla generale situazione di credit crunch, ma paralizza l’attività di appalto e addirittura quella di pianificazione per gli anni prossimi. «La richiesta dello stato di crisi – scrive Buzzetti a Monti – rappresenta un’azione estrema per riportare al centro dell’attenzione la necessità di provvedimenti urgenti, in grado di consentire alle imprese di operare sul mercato». Primo passo: l’obbligo di certificazione dei crediti da parte degli enti locali.

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