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La carica delle assunzioni dimentica la qualità?

Fonte: Sole 24 Ore

di FRANCESCO VERBARO (dal Sole 24 Ore) – In collaborazione con Mimesi s.r.l.

Mai come nell’ultimo anno ci sono state tante norme sulle assunzioni nella PA. Ma trasformare le autorizzazioni in buon reclutamento non è scontato. L’occasione è storica e non va sprecata. Non solo per la deroga che consente di sostituire in gran parte delle Pa il 100% dei cessati, ma anche perché il settore pubblico quando assume lo fa per sempre. Non c’è infatti comportamento scorretto, ristrutturazione, scarso rendimento o obsolescenza delle competenze che possono portare a un’eccedenza o a una ricollocazione. Riusciranno questa volta le amministrazioni a reclutare i migliori? Certamente non può essere la stabilità del posto l’elemento unico o prevalente che porta i giovani a tentare il lavoro nella Pa. Non a caso si parla ormai da anni nel settore privato di diritto alla formazione e della necessità di lasciare spazio all’autorealizzazione del lavoratore. C’è posto per tutto questo nel settore pubblico? Da quello che si vede probabilmente ci saranno tante assunzioni, ma non un buon reclutamento. Mancano le condizioni. La PA dovrebbe introdurre istituti non ancora previsti dalla contrattazione collettiva per premiare i migliori e favorire percorsi interessanti di carriera e di aggiornamento professionale. Un passo avanti si è fatto con lo smart working, ma bisogna vedere gli esiti delle prime applicazioni.

Altri strumenti sono gestionali e possono essere adottati dal datore di lavoro nell’ambito delle proprie prerogative. Come il fascicolo elettronico del lavoratore, le attività di orientamento e inserimento, il tutoraggio, il monitoraggio delle competenze, le opportunità di carriera e la valorizzazione della mobilità, le possibilità di part time, telelavoro e smart working, una formazione obbligatoria di ingresso, una buona gestione del periodo di prova fin qui trascurato. Serve un datore attento che non abbiamo mai avuto, e che ha liquidato la questione «risorse umane» con rinnovi economici e politiche retributive piatte. Servono anagrafiche sul personale che non abbiamo. Le ultime disposizioni non sono di buon auspicio. Molte delle norme contenute nella Legge di Bilancio 2020 e nel Milleproroghe sono dirette ad accelerare le assunzioni. Ma la preoccupazione prevalente sembra quella di ricoprire i posti vacanti e non di selezionare i migliori. L’importante è assumere, e velocemente.

Le assunzioni in deroga dei lavoratori socialmente utili come la proroga delle stabilizzazioni e l’utilizzo delle graduatorie del passato non sono buoni veicoli per reclutare i migliori. Appesantire gli apparati inutilmente significa lasciare alle generazioni future delle cambiali da pagare, in termini di costi, senza in cambio maggiori o migliori servizi. Non lamentiamoci poi della qualità delle amministrazioni, della scuola, della sanità o del ritardo nella spesa dei fondi Ue. Forse con questo reclutamento ridurremo la disoccupazione giovanile di oggi, ma senza una Pa che funzioni, rischiamo di aumentare quella del futuro. Un altro debito che si scarica sulle generazioni future. Ci sono amministrazioni, specie al Sud, che riescono a fatica a far quadrare i bilanci e sono sull’orlo del dissesto. Riempirle di personale significa ipotecare il loro funzionamento per i prossimi decenni. La sostenibilità va vista nel medio periodo e non basta il rispetto nel 2019 delle norme sui bilanci. La fuoriuscita importante di personale non viene utilizzata per ristrutturare il nostro settore pubblico. È come sempre un problema di volontà politica. La Pa rischia di svolgere ancora una volta una funzione di ammortizzatore sociale; ma non le si chieda anche di funzionare ed essere di qualità.

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