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Imu agricola alla cassa senza regole

Fonte: Il Sole 24 Ore

Più che al consiglio dei ministri in programma oggi alle 13, le centinaia di migliaia di contribuenti alle prese con le bizze dell’Imu dei terreni ex montani da pagare entro lunedì prossimo devono badare al Tar Lazio, che domani deciderà le sorti di una richiesta già bollata come «irragionevole» dal suo presidente nel decreto con la sospensiva del 23 dicembre.

Sul tema, infatti, il Governo ha preparato un decreto che cambia le regole per il 2015, e basa la distinzione fra esenti e paganti sulla «classificazione sintetica» dell’Istat che divide i Comuni in «montani» (esenti tutti i terreni), «parzialmente montani» (esenti solo i terreni di coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali) e «non montani» (nessuna esenzione). La scadenza di lunedì prossimo, però, riguarda il 2014, e lì nessun intervento sembra ormai possibile ex post: i 350 milioni di euro che lo Stato si attende dai nuovi contribuenti, e che in realtà ha avrebbe già tagliato ai circa 4mila Comuni (il 50% del totale) interessati dalle nuove regole, sono stati spesi per coprire una piccola fetta del bonus Irpef da 80 euro assegnato a 10 milioni di lavoratori dipendenti dal maggio scorso, e una via alternativa per recuperarli non si vede.

Lunedì prossimo, quindi, i proprietari dei terreni che perdono l’esenzione potrebbero essere chiamati a versare l’Imu 2014, in base al criticatissimo parametro fondato sull’«altitudine al centro» del Comune: l’esenzione totale sarebbe limitata ai Comuni nei quali il municipio si trova ad almeno 601 metri sul livello del mare, mentre fra 281 e 600 metri sarebbe limitata a coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali e fino a 280 metri tutti sarebbero chiamati a pagare. Su tutto questo impianto pesa però un enorme punto interrogativo, rappresentato proprio dalla decisione del Tar.

Nel decreto che ha sospeso scadenza e tagli ai Comuni, il presidente del tribunale amministrativo aveva sottolineato il «grave ed eccezionale pregiudizio» determinato «dall’assoluta incertezza dei criteri applicativi» e aveva parlato di «irragionevolezza dell’imposizione non legata all’effettiva natura e posizione del bene» perché a decidere la sorte fiscale non è la posizione del terreno ma quella del «centro» del Comune. Non solo: nel provvedimento era stato criticato anche il calendario, perché l’addio alle esenzioni era accompagnato da un taglio da 359 milioni ai Comuni considerato «compensativo» del nuovo gettito, ma nei fatti la sforbiciata è retroattiva perché «interviene quando ormai gli impegni finanziari da parte dei Comuni sono stati assunti, con effetti gravi sul pareggio di bilancio tali da ingenerare in alcuni casi una procedura finalizzata alla declaratoria di dissesto».

Difficile che una presa di posizione così netta sia ribaltata domani, ma anche un improbabile cambio di rotta non chiuderebbe la partita. La camera di consiglio è infatti chiamata a decidere sulla sospensiva concessa a dicembre dal presidente del Tar, per cui anche se i giudici amministrativi non la confermassero potrebbero poi bocciare nel merito il meccanismo dell’imposta, in un’udienza che però si terrà solo fra molte settimane. In questo caso, i contribuenti sarebbero chiamati a pagare entro il 26, e dovrebbero sperare in un successivo rimborso quando il contenzioso amministrativo arriverà al traguardo.

Il paradosso conoscerebbe così un’ennesima variante, che riguarda anche le aliquote. I proprietari dovrebbero infatti verificare che il Comune non abbia deliberato aliquote ad hoc per i terreni (ipotesi possibile nei 652 Comuni «parzialmente montani», dove alcuni terreni erano soggetti all’imposta anche con le vecchie regole), perché solo in assenza di decisioni locali potrebbero applicare il parametro standard del 7,6 per mille. Un thriller, insomma, la cui unica certezza e che l’obiettivo dei 350 milioni di gettito appare decisamente fuori portata.

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