Il referendum non scalda i lombardi, solo la Chiesa sfida il sì dei partiti

Fonte: La Stampa

Visto da Bergamo questo referendum iperconsensuale del 22 ottobre mette d’accordo tutti: destra e sinistra, Regione e Comune, vecchi leghisti secessionisti e nuovi leghisti sovranisti, tutti insieme appassionatamente per l’autonomia della Lombardia. Magari un po’ meno laici e cattolici, perché finora l’unica voce che stecca nel coro è quella della Curia, in una città dove la Chiesa conta ancora, e molto.

In realtà, dietro l’unanimità le differenze restano. Scontata la vittoria del sì, le incognite sono in sostanza due. La prima, se la gente andrà a votare. La seconda, l’uso politico che si farà del referendum, non solo nella futuribile trattativa con Roma per indurla a essere un po’ meno «ladrona», ma soprattutto in vista delle regionali prossime venture. Ora, nonostante la molta pubblicità che Maroni sta facendogli, non sembra che a Bergamo il referendum scaldi molto i cuori. Di certo, molto meno dei recenti insperati exploit dell’Atalanta. Dietro il bancone di Balzer, il caffè storico, cadono dalle nuvole: referendum, quale referendum? E il sondaggio fai-da-te sul non meno storico Sentierone, la passeggiata dello struscio, dà per informati che si vota sei bergamaschi su dieci, con cinque intenzionati anche a farlo. Il famoso 50% che i leghisti indicano come soglia del successo, anche se in Lombardia, a differenza che in Veneto, il quorum non c’è…

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