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Il controllo del territorio deve essere sistematico

Fonte: Il Sole 24Ore

Non si capiranno mai le debolezze del sistema fiscale se non se ne capiscono i punti di forza, perché sono due facce di una stessa medaglia. Per comprendere i motivi dell’evasione, basta rendersi conto che la maggior parte del gettito arriva attraverso la rigidità amministrativa delle aziende, utilizzate di fatto come esattori del fisco sui consumi, sui redditi e sui risparmi che transitano attraverso di loro. Pur trascurando questo concetto di tassazione attraverso le aziende, il rapporto della Commissione sul sommerso presentato nei mesi scorsi conferma che gli oltre cento miliardi di euro di economia in “nero” dipendono prevalentemente da ricchezza non registrata, non dal regime giuridico che invece alimenta le statistiche dei controlli delle imposte dove manca la rigidità aziendale. Le istituzioni dovrebbero quindi intervenire con sistematicità dove le aziende non arrivano o non sono affidabili, cioè sugli autonomi o sui segmenti di ricchezza occultabili anche all’interno di aziende organizzate. La lacerante e spettacolarizzata «lotta all’evasione» dovrebbe essere sostituita con una più serena «richiesta delle imposte», che comporta una presenza fisica e un’attività valutativa tanto maggiori quanto più le dimensioni diminuiscono. La determinazione della ricchezza da parte del fisco, dove le aziende non arrivano, non può essere documentale e contabile, imitando quella delle aziende, ma è inevitabilmente presuntiva e valutativa. Questo richiede un controllo del territorio che negli ultimi anni si è indebolito a causa dell’accentramento nei capoluoghi di provincia degli uffici controllo dell’agenzia delle Entrate. L’idea del coinvolgimento dei comuni non è quindi solo una variazione sul tema del federalismo fiscale, ma anche un tentativo di mantenere il controllo del territorio. Ma i risultati sono pochi, perché già la valutazione della ricchezza evasa è difficile da parte degli organi che vi sono istituzionalmente preposti. Figuriamoci dai Comuni, già alle prese con i problemi di riscossione dei propri tributi. Le segnalazioni all’Agenzia rischiano quindi di essere effettuate in modo estemporaneo, e quindi di finire sul banco degli imputati per discriminazioni, favoritismi e dispetti, veri o presunti. Soprattutto nei piccoli centri, dove pettegolezzi, lacerazioni e recriminazioni già sono alte e possono solo aumentare in un contesto mobilitato contro l’evasione fiscale degli «altri». Quindi occorrerebbe recuperare, a livello locale, quella sistematicità di monitoraggio delle attività economiche “visibili” , che è il punto di forza della Francia, dove il tutoraggio fiscale si fa valutando l’ordine di grandezza dei ricavi dichiarati dagli autonomi, non sulle questioni di diritto delle grandi aziende, come da noi. Il Comune potrebbe quindi tenere d’occhio botteghe, laboratori, ristoranti e alberghi, tutte attività con cui interagisce anche per altri motivi, e con criteri oggettivi segnalare al fisco gli elementi di anomalia. Magari considerando anche il tenore di vita del proprietario, ma sempre partendo dall’impresa.

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