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Il catasto si paga ma non c’è ancora

Fonte: Il Sole 24 Ore

Se sul libretto di impianto l’attivismo delle Regioni rischia di mettere a dura prova i cittadini e i professionisti, un fronte su cui al contrario i Governi regionali avrebbero dovuto spendersi e organizzarsi, e invece non lo hanno fatto, è quello della creazione dei catasti regionali degli impianti, dei grandi database – accessibili ai cittadini – che raccolgono tutti i dati sugli impianti presenti in un territorio.
L’obbligo di predisporre queste raccolte è datato 1999 e risale all’entrata in vigore dell’articolo 17 del Dpr 551: sulla base di questa legge e del successivo Dlgs 192/2005 sono, peraltro, più di dieci anni che i cittadini pagano (a valere su una quota dei costi del bollino blu) un contributo alle autonomie proprio per l’avvio dei catasti. Tuttavia, ad oggi, solo tre Governi locali hanno uno strumento di raccolta dati realmente attivo: si tratta di Lombardia, Piemonte e Sicilia, che utilizzano rispettivamente il sistema Curit (ormai strumento a regime, perché avviato nel 2008), il Cit (che ha sostituito nel 2014 il vecchio Sigit) e il Cite (creato a marzo 2012, ma operativo solo da fine dello scorso anno). 
Anche il Veneto ha un sistema già strutturato, ma per ora silente: si chiama Circe e discende da una norma di fine 2014. Sono, inoltre, in via di approntamento il database della Toscana che prende il nome di Sir/Siree; quello dell’Emilia Romagna (Criter) e quello dell’Umbria (Curit).
Altrove, tutto resta più o meno relegato alle dichiarazioni di intenti (come in Abruzzo o nelle Marche) o peggio ancora a un completo oblio. Salvo poi il fatto che, in alcuni casi, sono intervenute le Province e i Comuni sopra i 40mila abitanti per sopperire in toto alla mancanza dei catasti, con la strutturazione di proprie banche dati (ovviamente effettuate per territori più piccoli).
Eppure, l’obiettivo di mappare la situazione esistente a livello del parco impianti per il caldo e per il freddo era considerato strategico, sia per un fatto di maggiore sicurezza, sia per garantire migliori controlli, sia per una questione politica e per orientare al meglio gli incentivi per la sostituzioni degli apparati obsoleti. 
Ma il ritardo delle Regioni potrebbe riflettersi anche a livello nazionale. Perché l’ultimo decreto varato dalla conferenza Stato-Regioni che detta le linee guida sulla predisposizione degli Ape prevede, fra il resto, che l’Enea metta a punto nei prossimi mesi un registro nazionale degli attestati di prestazione energetica interoperabile con i catasti regionali. Un traguardo che oggi pare davvero un’utopia. Specie se si considera che i catasti non esistono e che, laddove ci sono, per ora non è stato neppure possibile mettere d’accordo le Regioni sul metodo di esportazione dei dati in formato Xml dalle singole banche dati.

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