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I sindaci del Carroccio: via sui B52

Fonte: Il Sole 24 Ore

MILANO – Gli amministratori locali e i vertici nazionali della Lega Nord si ricompattano sul l’emergenza immigrati e sul rifiuto di accoglierli. Tutti dietro a Bossi e a Maroni. In pochi giorni si è ridotta a zero la distanza fra il “partito” dei sindaci del Carroccio e i dirigenti “romani” del movimento che si era creata negli ultimi mesi su alcuni temi cruciali, come la capacità di spesa degli enti locali e il rapporto con Berlusconi. «Altro che ospitarli nelle strutture del nord, bisogna rimandarli in Tunisia sui B52 e basta», dice Sandy Cane, americana del Massachusetts e primo esponente di colore della Lega a diventare sindaco. Cane è sindaco di Viggiù, 5mila abitanti vicino a Varese. «I miei Stati Uniti hanno fondato la loro storia sulla capacità di integrare masse enormi di immigrati? Sì, ma era un altro periodo storico. Provi adesso a entrare illegalmente dal Messico in Arizona e poi vede cosa le succede. È un problema di spazi vitali. L’Italia non li ha. Se mi mandano mille tunisini a Viggiù, io mi sparo». E Lampedusa? «Lampedusa è una vergogna. Nemmeno il mio cane, che sta sul divano del salotto, viene trattato così. Bisogna soccorrerli e rifocillarli». E poi? «Beh, dopo vanno rimessi sui B52 e rispediti a casa». I sindaci della Lega Nord non vanno molto per il sottile: la distinzione fra profughi e clandestini non incontra un grande favore. Massimo Bitonci, sindaco di Cittadella in provincia di Padova, emise nel 2007 l’ordinanza “anti-sbandati” con cui chiedeva, per rilasciare la residenza, dei documenti (per esempio la busta paga) che dimostrassero la capacità dello straniero di mantenersi da solo. Allora gli valse un avviso di garanzia, poi archiviato. Due anni dopo, le stesse richieste vennero incluse del decreto Maroni. «Sono tutti clandestini – sostiene Bitonci – ed è sbagliata la linea dei sindaci radunati nell’Anci di porre dei distinguo. Il presidente dell’Anci Chiamparino, di Torino, e il vicepresidente con delega all’immigrazione Zanonato, di Padova, sono entrambi del Pd. E la fanno troppo lunga sui rifugiati. Ma dove sono? Come fai a capire chi è un profugo politico e chi è un clandestino? Noi siamo contrari anche a Berlusconi che invita i comuni a prendersi una quota di questi qua». La paura di doversi prendere “questi qua” è molto forte fra gli amministratori leghisti. La giunta di Ghedi, in provincia di Brescia, ha deciso in passato di non concedere le case comunali agli stranieri. «La gente mi ferma per strada – sostiene il vicesindaco Gianluigi Boselli – hanno il terrore che gli immigrati possano essere radunati in una caserma vicino alla vecchia base missilistica di Montichiari, che è a cento metri dal nostro municipio. La linea Bossi-Maroni, per me, è ancora poco. A parte l’ordine pubblico, quanti lavori porterebbero via ai nostri compaesani? C’è una crisi tale che ormai le bresciane fanno i corsi per diventare badanti. Altro che usare gli immigrati per i lavori più umili…». L’accelerazione impressa dal dossier immigrati cancella le sfumature fra le anime del mondo leghista. Diego Locatelli, sindaco di Brembate di Sopra, è insieme un uomo del Carroccio e un cattolico delle valli bergamasche. «Prima di questo esodo biblico – dice – non abbiamo mai lesinato gli aiuti alle famiglie, indipendentemente dalla religione e dalla nazionalità. L’importante è che fossero regolari. Ora, esiste senz’altro una differenza fra rifugiati e clandestini, ma ci vuole un bello sforzo per capirlo caso per caso». Così, si ritorna al vecchio slogan leghista degli anni Ottanta: “aiutiamoli a casa loro”. «Non c’è dubbio – conclude Locatelli – che occorra pressare il governo tunisino perché mantenga i patti sottoscritti. Le proporzioni sono diverse, lo so, ma è sempre una questione di regole. Noi, nel nostro piccolo comune, abbiamo deciso di non fare alcuna differenza sugli aiuti per le rette scolastiche e per i buoni mensa. Ora, se c’è un patto, che i tunisini lo rispettino. Sennò, se li riprendano tutti».

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