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Efficienza e qualità per una vera svolta

Fonte: Il Sole 24 Ore

I 295 miliardi di spesa rivedibile, così come definita dal piano di spending review lanciato dal Governo, rappresentano un obiettivo ambizioso e importante ma danno solo parzialmente conto di quanto sia possibile fare sul piano della razionalizzazione della spesa pubblica.
Non c’è dubbio che, dato lo stato delle nostre finanze ed il livello di pressione tributaria raggiunto, la strada della riduzione della spesa sia ineludibile e, proprio grazie alle condizioni di emergenza in cui purtroppo si trova il paese, oggi anche concretamente possibile.
Tuttavia, le esperienze di spending review condotte in altri paesi (Canada, Australia, Uk, Olanda, Danimarca, Finlandia, ad esempio) ci insegnano che l’occasione si presta per il raggiungimento di un altro obiettivo fondamentale: migliorare la qualità della spesa.
Infatti, in termini assoluti e rapportata al Pil l’entità della spesa pubblica in Italia è sì importante e riducibile, ma non del tutto fuori scala rispetto alla situazione dei paesi con i quali più frequentemente ci confrontiamo.
La vera differenza è rappresentata dall’efficacia e dall’efficienza della spesa. Ovvero: le spese sostenute servono davvero e sono capaci di produrre servizi di qualità ed un impatto finale positivo sui bisogni dei cittadini? E inoltre: i costi di produzione dei beni e dei servizi pubblici, e quindi l’efficienza delle organizzazioni pubbliche, sono allineati ai migliori standard internazionali e, perché no, del settore privato?
Si pone, in altri termini, drammaticamente, una questione “rendimento” della spesa, altrettanto importante di quella della relativa “riduzione”. Da questo punto di vista il nostro paese ha seri problemi, come ben dimostra l’essere sistematicamente fanalino di coda negli indici di produttività comparati dei Paesi Ocse (uno su tutti, il Pil prodotto per ora lavorata).
C’è un solo modo, infatti, per ridurre la spesa senza impatti fortemente negativi sui livelli di servizio pubblico: aumentare, significativamente, la produzione quali-quantitativa per unità di risorsa impiegata.
Ben venga, quindi, l’approccio del Governo teso a superare la logica dei tagli orizzontali, ingiustamente punitivi per le amministrazioni più virtuose, a condizione che questo si accompagni ad un’operazione che entri davvero nel merito delle diverse categorie di spesa, elimini quelle improduttive, valorizzi quelle strategiche e induca tutti gli enti a ricercare un continuo collegamento tra livelli di spesa e risultati effettivamente prodotti.
Solo questo, combinato con una maggiore necessaria trasparenza sull’uso delle risorse pubbliche e sui livelli di servizio garantiti, può consentire di affrontare, finalmente, il grande tema della disomogeneità dei livelli di efficienza e di spreco nelle diverse amministrazioni pubbliche. Di nuovo, le esperienze internazionali maturate in ambito pubblico ci insegnano che è uno strumento importante di miglioramento il confronto sistematico di performance tra amministrazioni similari e la ricerca del benchmark, ovvero del valore di riferimento al quale tendere. Nulla, o poco, di tutto ciò si fa nel nostro paese, accettando passivamente disparità clamorose di rendimento tra le amministrazioni.
Più trasparenza quindi, sul l’uso e la produttività delle risorse pubbliche, più confronti tra amministrazioni per meglio valutare le singole performance e promuovere interventi mirati sulle amministrazioni meno virtuose, forse anche per risvegliare il senso di responsabilità e l’orgoglio di poter essere tra i migliori.
Ma tutto questo richiede, accanto a una regia di sistema, una responsabilizzazione diffusa di tutte le amministrazioni, ovvero i centri di spesa, del settore pubblico.
E qui sta la differenza tra la spending review come intervento una tantum e un nuovo modo di amministrare che faccia della qualità e dell’efficienza della spesa i propri pilastri portanti. Della prima abbiamo sicuramente bisogno in questa fase, sul secondo si fonda il futuro del settore pubblico e lo sviluppo del nostro paese.

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