Questo articolo è stato letto 21 volte

Doppia guerra sul Mes: rischio crisi per i veti M5S

Fonte: Sole 24 Ore

di MANUELA PERRONE E GIANNI TROVATI (dal Sole 24 Ore) – In collaborazione con Mimesi s.r.l.

Il fantasma del Mes torna a incombere sui destini della maggioranza, stavolta nelle vesti della riforma del Salva-Stati attesa ai passaggi decisivi all’Ecofin del 30 novembre e al Consiglio europeo del 10 e 11 dicembre. Ma contemporaneamente ripiomba in campo il tema della linea pandemica del Fondo, rilanciata ieri dal ministro della Salute Speranza per finanziare il nuovo piano sanitario e stoppata dal premier Conte perché «ci saranno cospicue risorse nel Recovery Plan». Come sempre, insomma, al Mes basta la parola per far esplodere il polverone nella maggioranza. Che ieri ha stoppato il tentativo di Lega e Fdi di portare in Aula alle Camere l’informativa (senza voto) del ministro dell’Economia Gualtieri: parlerà domani alle commissioni Finanze e Politiche Ue. Ma il problema è solo rimandato. Il 9 dicembre il passaggio in Aula toccherà a Conte con le sue «comunicazioni», che richiedono il voto per ufficializzare la posizione italiana sulla riforma. Una posizione che non può essere contraria; perché un «no» isolerebbe l’Italia, unico Paese a nutrire i dubbi che hanno già prodotto più di un rinvio, proprio mentre Roma punta alla quota più ricca del Recovery Fund.

Ma il voto rischia seriamente di spaccare i Cinque Stelle. Tra Camera e Senato ci sarebbero 30-40 «duri e puri» pronti a opporsi al via libera. Gli Stati Generali non hanno assunto nessuna delle decisioni utili a stabilizzare gruppi parlamentari balcanizzati. E le contorsioni interne a M5s favoriscono il tutti contro tutti. La nuova richiesta di Speranza è suonata ieri come un assist alla pressione pro-Mes di Pd e Italia Viva. Con l’insofferenza crescente dei renziani, evidente nello stallo del tavolo sulle riforme, che tornano a proporre l’addio a reddito di cittadinanza e Quota 100 per trovare risorse da destinare agli autonomi.
Il rischio, speculare è di ottenere nel voto del 9 dicembre il soccorso di Forza Italia, che scriverebbe la parola fine all’esperienza giallorossa. E costringerebbe Conte a salire al Colle. Si tratta di uno scenario di cui a Palazzo Chigi non vogliono sentir parlare. E i pontieri nella maggioranza avranno una decina di giorni per provare a scongiurarlo. Anche perché il merito della riforma, ammesso che interessi a qualcuno, non sembra giustificare un colpo del genere. Che arriverebbe nel pieno di una doppia sessione di bilancio divisa fra la manovra e l’insieme dei decreti «Ristori». Ma al Mes, appunto, basta la parola.

Sui tavoli europei arrivano al passaggio finale le modifiche che l’Italia ha negoziato con un certo successo nel 2018, nell’era giallo-verde quando al Mef c’era Giovanni Tria. La riforma assegna al Salva-Stati anche la funzione di backstop del Fondo di risoluzione unico, permettendo al Meccanismo europeo di stabilità di aprire un ombrello aggiuntivo fino a 71 miliardi se una forte crisi bancaria rendesse insufficienti le somme del Fondo di risoluzione (1% dei depositi tutelati): era un tema piuttosto teorico ai tempi del negoziato, e rischia ora di diventare pratico con la montagna di nuovi crediti deteriorati prodotta dal crollo continentale dell’economia. Per il resto, le novità si limitano a ritoccare la «linea di credito precauzionale» (Pccl), quella riservata alle crisi temporanee dei Paesi con i conti più in ordine, permettendo di attivarla con una lettera d’intenti al posto del memorandum of understanding che impone un negoziato a cui collegare il finanziamento. Una linea di credito, va detto, mai attivata finora, e difficilmente utilizzabile in futuro.
Ad animare le critiche anti-Mes c’è il fatto che con le nuove regole il credito sarebbe esplicitamente collegato a una «analisi di sostenibilità» del debito del Paese finanziato. Questa previsione, soprattutto per chi nei Cinque Stelle e nella Lega vede nel Salva-Stati il piede di porco utilizzato da un’ipotetica Troika per impugnare le leve del comando della politica economica italiana, implicherebbe un’automatica ristrutturazione del debito nel Paese “aiutato” dal Mes. Tanto più che la ristrutturazione avrebbe la strada spianata dalle single limb CACs, le clausole che permettono di sottoporre a un voto unico di tutti i sottoscrittori le rinegoziazioni dei bond governativi. Ma l’avvio di queste clausole dal 2022 e l’analisi di sostenibilità del debito sono indipendenti dalla riforma, come rimarcato dal ministro dell’Economia Gualtieri nelle molte audizioni dei mesi scorsi sul tema.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *