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Decreto Semplificazioni: sull’abuso d’ufficio c’è l’intesa, ma è ancora lite sulle grandi opere

Fonte: Sole 24 Ore

di GIOVANNI NEGRI e GIORGIO SANTILLI (dal Sole 24 Ore) – In collaborazione con Mimesi s.r.l.

Il Governo sta cercando di accelerare i tempi per la spinta finale al Decreto Semplificazioni, ma non ieri sono bastati un nuovo vertice di maggioranza e un pre-Consiglio dei ministri fiume a sciogliere i nodi: il testo slitta al prossimo Cdm, probabilmente lunedì. Il premier Conte difende «la madre di tutte le riforme», ribadendo ai partiti che ha fretta di approvarla e che non permetterà venga «annacquata». Trovato un accordo sulla riforma del reato di abuso d’ufficio, per circoscrivere in maniera più puntuale la condotta dell’amministratore sanzionabile sul piano penale. Resta alta la tensione sugli affidamenti senza gara e sulle procedure in deroga per lavori sopra la soglia dei 5 milioni.

Fra gli accordi più importanti c’è quello sulla riforma dell’abuso d’ufficio mentre la lite fra Pd e Leu da una parte e Palazzo Chigi, M5s e Italia Viva dall’altra continua ancora sullo stesso punto che alimenta le tensioni da giorni: l’articolo 2 sulle procedure di affidamento senza gara delle opere sopra soglia Ue (quindi sopra 5,2 milioni di euro), l’ampiezza dei poteri affidati alle stazioni appaltanti in deroga al codice degli appalti, quante opere debbano beneficiare della corsia emergenziale senza gara formale, quante imprese debbano essere invitate alla procedura negoziale senza bando (il Pd ritiene che cinque siano poche), quanti commissari bisogna fare e con quale ruolo.

Il Pd che difende il codice degli appalti contro i tentativi di smantellamento, di congelamento, di aggiramento tramite la via delle deroghe generalizzate, ieri si è fatto forte dell’allarme lanciato dall’Autorità anticorruzione (si veda l’articolo a pagina 5) proprio sul rischio creato da un eccesso di deroghe, che equivale a un azzeramento di regole, per alzare ulteriori ostacoli sulla via dell’intesa. Ed è stato lo stesso segretario Nicola Zingaretti a parlarne al premier (si veda l’articolo sotto).

In realtà, il nocciolo dell’intesa raggiunta sul testo base messo a punto dal segretario generale di Palazzo Chigi, Roberto Chieppa, resiste: ampi poteri in deroga al codice affidati direttamente alle stazioni appaltanti, senza commissari, in base alla procedura dell’articolo 63 dello stesso codice appalti. M5s non fa più dei commissari una bandiera, qualche rilancio sul tema arriva da Italia Viva ma non sembra più questo ormai il punto.
È passata la linea che i commissari saranno quelli dello sblocca-cantieri, quindi con poteri meno ampi, nominati dal premier su proposta della ministra Pd delle Infrastrutture, Paola De Micheli. Piuttosto, il Pd ora vuole stringere le maglie per l’accesso alla corsia di emergenza dell’articolo 63. Ed è questo il nuovo punto critico del confronto.

Il testo base di Palazzo Chigi dava ampia facoltà al Governo e al premier di inserire nel Dpcm che deve individuare le opere con la corsia di emergenza un ampio ventaglio di interventi. Il testo base prevedeva infatti che non solo le opere dell’emergenza sanitaria ma anche quelle «necessarie per far fronte agli effetti negativi, di natura sanitaria ed economica» dell’emergenza potessero ritentrare nell’elenco. Quasi una generalizzazione dell’articolo 63. Su questo è arrivato ieri l’alt del Pd. La corsia dell’articolo 63 deve essere riservata a un numero ristretto di opere. Nel Dpcm deve andare un ristretto numero di opere, soprattutto di tipo sanitario, su cui bisogna molto insistere. In questo modo il Pd è convinto che la questione rientri nelle regole Ue. Non solo: se questo è il tipo di opere da privilegiare, ospedali e investimenti in macchinari sanitari, aumenta il pressing sui fondi Mes da attivare.

Accordo invece sulla riforma del reato di abuso d’ufficio, ormai considerato a metà tra l’ordinario incidente di percorso da mettere in conto per gli amministratori pubblici, di qualsiasi appartenenza politica, e un volano ad atteggiamenti di “burocrazia difensiva” tali da ingessare ulteriormente la macchina amministrativa. Detto che Italia Viva ne avrebbe preferito lo stralcio, ma poi un accordo è stato trovato, e che il Pd proverà sino all’ultimo ad attenuare la risposta penale in caso di «interesse pubblico», la norma prova a circoscrivere in maniera più puntuale la condotta dell’amministratore sanzionabile sul piano penale, nella consapevolezza, tra l’altro, di una realtà per cui a fronte di migliaia di procedimenti avviati, le condanne ogni anno sono poche decine. E allora il Codice penale viene modificato per rendere punibili solo le violazioni compiute dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di pubblico servzio,nell’esercizio delle loro funzioni, di specifiche regole previste da leggi oppure da atti alla legge equiparati. Nello stesso tempo, al rispetto di queste regole non deve essere accompagnato un margine di discrezionalità. Dove l’obiettivo evidentemente è quello di sostituire all’attuale richiesta di rispetto di generiche norme di legge o regolamentari, quella invece di aderire a prescrizioni più rigide e puntuali.

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