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Da 105 a 60 Prefetture e servizi unificati per aiutare i cittadini

Fonte: Il Sole 24 Ore

Tutti i servizi dell’amministrazione centrale in un unico ufficio territoriale. Come si realizzerà questa operazione? 
È una delle razionalizzazioni più ambiziose previste dalla riforma Madia. Si punta a ridurre l’attuale rete delle Prefetture da 105 a una sessantina al massimo, ridenominando gli Uffici territoriali di Governo in Uffici territoriali dello Stato. La norma, ampiamente modificata nel passaggio alla Camera, parla di confluenza in questi nuovi uffici di tutte le articolazioni periferiche delle amministrazioni civili dello Stato. E in una delle slide presentate nella conferenza stampa di inizio mese a Palazzo Chigi il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, esemplificava citando come soggetti della razionalizzazione le sedi locali dell’agenzia delle Entrate, le Soprintendenze, i Provveditorati delle opere pubbliche, gli Uffici scolastici regionali e quelli della Motorizzazone civile.
Nel riordino ci potrebbe essere molto di più o qualcosa di meno a seconda delle scelte che si dovranno condividere anche con il Viminale, visto che uno dei nodi da scigliere sta nel delicato rapporto tra Prefetture e Questure (in pari numero), che poi rappresenta il cuore dei poteri di coordinamento delle forze dell’ordine (Polizia e Carabinieri) che sta in capo ai prefetti. Fuori dal piano saranno sicuramente i Tar, dopo il fallito tentativo di chiudere qualche sede periferica, le sedi regionali della Corte dei conti e quelle dell’Avvocatura dello Stato.
Altro nodo che dovrà essere affrontato riguarda le sedi periferiche dei ministeri (la Ragioneria generale ne ha un centinaio e oltre cento sono pure le direzioni provinciali e regionali del ministero del Lavoro). L’obiettivo è di mettere insieme quanto più possibile le attività strumentali per incidere sulle spese di funzionamento (oggi difficilmente rimodulabili). La soluzione finale dipenderà dal peso che si sceglierà di dare ai vari fattori territoriali presi in considerazione per i tagli: popolazione, questioni di confine, statistiche di ordine pubblico, diffusione dell’attività d’impresa. È immaginabile che ci sarà qualche prefetto in più al Sud, per esempio, nelle aree interessate da flussi di migranti.
Ai prefetti verranno poi attribuiti poteri sostitutivi e la possibilità «dell’erogazione dei servizi ai cittadini». Che cosa significa? Al momento nessuno, tra gli addetti ai lavori, si sbilancia. Ma si può immaginare che potranno intervenire con poteri rafforzati in caso di violazione di termini o di commissariamento. Il prefetto dovrebbe avere poi un ruolo di quasi plenipotenziario della Stato nelle conferenze dei servizi riformate, altra delega della legge approvata. Naturalmente questo riordino, che coinvolge qualche migliaio di sedi locali dello Stato, avrà un impatto sul personale, che sarà trasferito con le procedure di mobilità.

PROPRIETÀ DEI VEICOLI 
Abolito il Pra, non il regime del bene mobile registrato
 
La formulazione è vaga come in altri tentativi del passato, ma stavolta contiene qualche punto fermo. Così si può dire che con la riforma Madia il Pra (Pubblico registro automobilistico) sarà abolito, unificando le sue funzioni con quelle della Motorizzazione. Dunque, per veicoli e rimorchi ci dovrebbe essere un archivio unico (al netto di quelli tenuti dalle Regioni per il bollo auto, destinati a restare) e la carta di circolazione dovrebbe valere anche per attestare la proprietà del mezzo.
I particolari non sono ancora noti: l’articolo 7 del disegno di legge di riforma (Ddl 3098) approvato in via definitiva dalla Camera li rimanda a «uno o più decreti legislativi» che il Governo dovrebbe adottare entro 12 mesi dall’entrata in vigore della legge. Ci sarà soprattutto da capire come conciliare le attuali normative che riguardano la Motorizzazione (secondo le quali basta che l’utente si dichiari proprietario del veicolo) con il fatto che lo status giuridico dei mezzi resta quello di beni mobili registrati (quindi assoggettabili a ipoteca, come le case), per cui rimangono necessari la dichiarazione di vendita per gli esemplari nuovi e l’atto di vendita per quelli usati. Entrambe le formalità richiedono l’autentica della firma, che da dieci anni non è più un’esclusiva dei notai e può essere effettuata anche da dipendenti pubblici (personale del Pra, della Motorizzazione o degli uffici comunali) e da privati (i responsabili delle agenzie di pratiche auto). È probabile che molto del sistema attuale resti anche in quello futuro.
Inoltre, bisognerà riorganizzare la riscossione dell’Ipt (Imposta provinciale di trascrizione), il più pesante (dai 150 euro delle utilitarie a qualche centinaio per gli autocarri, fino a oltre mille per alcune supercar) dei tributi su nuove immatricolazioni e passaggi di proprietà dell’usato. Salvo che s’intenda abolire l’Ipt, come nelle intenzioni lasciate trapelare l’anno scorso e abbandonate per mancanza di copertura finanziaria.
Non è nemmeno detto che gli utenti risparmieranno l’attuale compenso del Pra (normalmente di 27 euro), che oggi consente di incassare circa 230 milioni di euro contro un costo del personale di circa 120: la differenza sarebbe un buon introito per lo Stato (tanto più ora che si cercano risorse per alleggerire le tasse sulla casa) o per la Motorizzazione stessa, se fosse trasformata in un’Agenzia. Un’opzione che il Ddl lascia aperta e che da decenni viene caldeggiata dalla Motorizzazione per poter evitare di dover versare al Tesoro tutto ciò che incassa.
 
I FORESTALI 
L’ipotesi incorporazione nell’Arma dei Carabinieri
 
Sulla carta la decisione è presa: gli ottomila forestali confluiranno in un altro Corpo di polizia (quasi sicuramente l’Arma dei Carabinieri) continuando a svolgere con una divisa nuova tutti i compiti assolti finora sul territorio. È stato uno dei passaggi più contestanti della riforma e nel corso dell’esame alla camera alla soppressione dei Forestali s’è aggiunta una delega per la riorganizzazione complessiva degli ordinamenti del personale di tutte le Forze di polizia (ossia Polizia di Stato, Polizia penitenziaria e Corpo forestale, a ordinamento civile, e Carabinieri e Guardia di finanza, a ordinamento militare). La revisione della norme dovrebbe essere finalizzata a una unificazione di ruoli e alla rideterminazione delle relative dotazioni organiche, «ferme restando le peculiarità ordinamentali di ciascuna Forza di polizia». E un riassetto è previsto ache per i Vigili del Fuoco (circa 32mila quelli in forza), anche in questo caso con il fine di rideterminare le dotazioni organiche e superare l’attuale gerarchia di ruoli e qualifiche.
I tanti difensori dell’autonomia del Corpo forestale dello Stato hanno premuto quasi sempre il tasto della specificità delle funzioni assolte per la difesa del territorio e il contrasto dei crimini ambientali senza mai sollevare la questione dell’impatto che l’incorporazione «ad altra Forza di Polizia» potrebbe avere sulle remunerazioni e i percorsi di carriera degli uomini e delle donne che dovrebbero cambiare divisa. Vale il divieto di “reformatio in peius”, ragion per cui le corresponsioni economiche dei singoli dovranno essere comunque salvaguardate. 
Si vedrà come il Governo risolverà questa partita (che naturalmente non riguarda immediatamente i forestali delle Regioni autonome e delle province di Trento e Bolzano, «salve le diverse determinazioni da assumere con i rispettivi Statuti»). C’è da tener conto che la soppressione di un corpo di polizia dovrebbe portare a un risparmio che, per il 50%, sarà reinvestito nel medesimo comparto, così come il 50% del risparmio previsto con il riassetto dei Vigili del fuoco sarà devoluto al medesimo Corpo.
Un’ulteriore modifica introdotta dalla Camera prevede che il personale tecnico del Corpo forestale svolga le funzioni di ispettore fitosanitario, mentre è stato ribadita l’esclusione del passaggio della polizia provinciale a un’altra Forza di polizia, una sorta di norma ad adiuvandum visto che il dl 78 del 2015 appena convertito il legge dispone il transito del personale dei corpi di polizia provinciale nei ruoli della polizia municipale.
 
CAMERE DI COMMERCIO 
Venticinque gli enti che si sono già accorpati
 
Entro un anno il Governo deve ridurre il numero e rivedere l’ordinamento delle Camere di commercio. La riduzione del numero (non più di 60 rispetto alle 105 attuali), la riduzione e individuazione precisa dei compiti e la riduzione del diritto annuale versato dalle imprese sono le novità più rilevanti previste nell’articolo 10 della riforma della Pa.
Dovranno essere riordinate non solo le norme contenute nell’attuale legge 580/93 aggiornata nel 2010 ma anche le altre norme che “regolano la relativa materia”; quindi una riforma completa del sistema camerale comprende anche Unioni, aziende speciali e società.
L’obiettivo della individuazione di non più delle 60 circoscrizioni territoriali non dovrebbe incontrare ostacoli eccessivi, anche perché gli accorpamenti devono realizzare un alleggerimento degli organi e delle strutture, mentre i servizi all’utenza saranno mantenuti anche presso le Camere accorpate.
Del resto in questi mesi, attuando la legge 580/93 che già auspicava questa razionalizzazione, ben 25 Camere hanno deciso di accorparsi in 11 nuove Camere; la Camera di Venezia-Rovigo è già una realtà dal 20 luglio.
La riforma prevede che le Camere comprendano almeno 75.000 tra imprese e unità locali ma consente, con espressioni poco chiare, alcune eccezioni per le Camere delle province interamente montane o delle isole; in ogni caso in ogni regione dovrà esserci almeno una Camera.
Il vincolo della dimensione minima costituisce il presupposto perché tutte le Camere, qualsiasi sia il territorio di competenza e il livello di sviluppo locale, abbiano le risorse economiche, umane e organizzative per garantire servizi e iniziative di qualità uniforme. Solo in questo modo tutte le prestazioni e le utilità per le imprese, anche nelle Camere meno strutturate, potranno essere fornite secondo standard nazionali, come promette la legge delega. Il riordino dovrà individuare con chiarezza i compiti o funzioni che dovranno/potranno svolgere i nuovi enti, che si possono raggruppare in servizi alle imprese e iniziative per la promozione del territorio locale.
Riguardo ai servizi, che sono essenziali non solo per le imprese, ma anche per i professionisti, le Pa e molti cittadini, sono già indicati nell’articolo 10:
la pubblicità legale attuata tramite il registro imprese che, pur gestito dalle singole Camere, diventerà un “sistema informativo nazionale” con procedure e applicazioni normative coordinate dal ministero dello Sviluppo economico. Ma il registro deve anche contribuire alla «promozione della trasparenza del mercato» e questo potrebbe significare che nel registro potranno essere inserite ulteriori informazioni economiche per favorire una più ampia conoscenza delle singole imprese e del sistema economico; 
la tutela del mercato che comprende gli strumenti della giustizia alternativa anche per la soluzione dei contrasti tra imprese e consumatori, il controllo metrologico e sui prodotti ai fini della tutela del made in Italy; 
la semplificazione amministrativa che impegna le Camere a individuare soluzioni per ridurre gli oneri burocratici per la nascita e consolidamento delle Pmi. 
Si dovrebbe prendere atto che gli Sportelli unici attività produttive (Suap) non potranno mai funzionare in modo efficace nelle migliaia di piccoli comuni, senza procedure uniformi che possono essere garantite solo delle Camere. Riguardo ai compiti di promozione dei territori, essi dovranno essere ridotti di numero rispetto a quelli in astratto consentiti dalla legge 580/93 e dovranno essere eliminate le duplicazioni di iniziative oggi esistenti anzitutto con Regioni e Comuni. 
Tra quelle indicate da Unioncamere, si segnalano l’internazionalizzazione, il supporto per la nascita e consolidamento delle piccole e medie imprese e l’assistenza per il trasferimento tecnologico.

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