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Così lo smart working divide la PA in due: i dipendenti qualificati e gli esuberi di fatto

Fonte: Sole 24 Ore

di FRANCESCO VERBARO (dal Sole 24 Ore) – In collaborazione con Mimesi s.r.l.

Le recenti polemiche sullo smart working nella PA fanno ricordare la vecchia denuncia sui «fannulloni», che ha portato sì a una maggiore attenzione sulla performance della PA e del personale, ma solo a livello formale. Ci ritroviamo ancora una volta tra chi denuncia senza mezzi termini i dipendenti pubblici e chi li difende a spada tratta. Uno scontro che costituisce il modo migliore per lasciare tutto com’è. Per evitare di “sprecare” l’ennesima crisi e l’ennesima ondata di lamentele contro la «burocrazia», sarebbe utile una volta tanto cercare di andare oltre gli stereotipi e i pregiudizi, proprio per essere più efficaci negli interventi. Sempre che si abbia il coraggio di adottarli.

Cosa è successo durante quello che abbiamo chiamato smart working nella PA? Lo smart working è stato adottato, causa pandemia, per giustificare il distanziamento fisico dei dipendenti pubblici, con esclusione di quelli chiamati a svolgere funzioni di emergenza (sanità, forze dell’ordine e servizi essenziali). Di fatto è stato un telelavoro con deroghe e con un packaging in lingua inglese.
È emerso che vi sono dipendenti bravi che abbiamo sovrautilizzato e personale poco qualificato che non è stato coinvolto e lasciato ai margini. Il lavoro da remoto ha accentuato una polarizzazione, già esistente, nella distribuzione dei carichi di lavoro che rispecchia la polarizzazione di competenze. Emerge un mondo sommerso di sottoccupati, figli di una strutturale cattiva gestione del personale nella Pa e di una dirigenza immersa nell’attività funzionariale, poco capace di organizzare e programmare il lavoro. Molte attività come quelle di segreteria, ad esempio, presenti in molti processi e uffici, oggi sono scomparse o incorporate in quel processo di semplificazione prodotto dalla digitalizzazione. Data l’età media elevata dei dipendenti e la scarsa o pessima attività di riqualificazione (se non le progressioni di carriera abbondanti degli anni 1999-2009), è naturale che emerga del personale poco utilizzabile o in eccedenza. Parola triste quest’ultima, che compare durante le grandi trasformazioni, ma impronunciabile nel settore pubblico. Arduo parlare di un incremento generalizzato della produttività. Dobbiamo infatti ricordare che il governo ha, tra le tante misure, adottato la sospensione dei termini dei procedimenti amministrativi. Pochi inoltre possono lavorare utilizzando piattaforme che consentono di accedere ad archivi, alla documentazione utile, di aggiornarsi, di protocollare o di lavorare in team. Con lo Smart Working è emerso anche quello che tutti sanno e che non si dice: nella Pa una parte di personale non è facilmente utilizzabile. Per almeno due motivi: per la pigrizia del datore di lavoro pubblico, per il quale il personale è una risorsa data su cui soffermarsi solo all’atto del concorso e al momento del pensionamento; e perchè le attività con basse competenze si sono ridotte, assorbite in altre attività o esternalizzate.

È giusto immaginare una PA con più dipendenti in telelavoro e smart working, ma non senza aver affrontato il problema del miglior utilizzo del personale. Per questo serve una profonda riorganizzazione, avviare la digitalizzazione dei servizi più importanti, riqualificare i lavoratori con il maggior potenziale, quindi reclutare secondo una visione nuova dell’amministrazione e non banalmente per reintegrare il numero dei cessati. Le nuove tecnologie stanno portando in tutti i settori a fare più cose con minori risorse e questo che contribuisce ad aumentare la produttività del Paese.
Spingiamo ministeri, enti, regioni ad adeguare l’organizzazione. Cerchiamo di aumentare la produttività con la tanto reclamata digitalizzazione. Blockchain e intelligenza artificiale possono cambiare il modo di erogare servizi, aumentando l’efficienza anche in settori complessi come sanità, istruzione e tutela dell’ordine pubblico.

Viviamo una crisi senza precedenti e occorre utilizzarne la spinta per cambiare le prassi. È l’occasione per realizzare un ridisegno digitale della PA e questo dovrebbe portarci a capire, a valle, quale personale reclutare e come organizzare il lavoro. L’unica speranza è spingere al massimo sulla digitalizzazione e di ridurre l’intermediazione della PA. Con i big data si potrebbe fare molto in questa direzione, ma avremmo bisogno soprattutto nella Pa centrale di personale qualificato come economisti, sociologi, statistici, informatici, data scientist e non certo i soliti amministrativi. Per la prima volta dopo molti anni, l’Italia potrà disporre di ingenti risorse, ma ancora una volta rischieremo di spenderle tardi e male.
È necessario che non si perda il primo obiettivo di un piano di rilancio. Avere gli strumenti per realizzarlo

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