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Così le tariffe sbagliate inquinano i Comuni

Fonte: Sole 24 Ore

di DONATO BERARDI e NICOLO’ VALLE (dal Sole 24 Ore) – In collaborazione con Mimesi s.r.l.

Sono molti i Comuni che si accingono ad adottare la tariffa puntuale in luogo del tributo (Tari). La tariffa puntuale è tra gli strumenti indicati dalla Direttiva 851/2018 sull’economia circolare, perché in grado di veicolare segnali di prezzo coerenti con la gerarchia dei rifiuti, incarnare il principio «chi inquina paga» e favorire una più equa ripartizione dei costi tra le utenze. In effetti nel nostro Paese l’equità non è il pezzo forte: le imprese producono il 34% dei rifiuti urbani (assimilati) e sostengono il 50% dei costi di gestione.

Così in molte regioni la tariffa puntuale si appresta a diventare realtà: in Emilia Romagna e nel Lazio dal 2020. Per riportare equità e offrire incentivi corretti non è tuttavia sufficiente misurare la sola quantità di rifiuto indifferenziato prodotto, come avallato dal Dm 20 aprile 2017, e ormai prassi in tutte le principali esperienze. Occorre un profondo ripensamento della tariffa. Un auspicio rivolto all’Autorità di regolazione (Arera) che come ribadito dal suo Presidente, Stefano Besseghini, nella recente Relazione al Parlamento si appresta a definire «criteri con i quali accompagnare la transizione – su tutto il territorio nazionale – da tassa a tariffa. Una tariffa avente natura di corrispettivo per lo svolgimento del servizio di raccolta, recupero e smaltimento dei rifiuti solidi urbani». I principali limiti della tariffa puntuale per come oggi applicata sono tre: 1) ove i costi della raccolta e del trattamento delle raccolte differenziate sono coperti da ricavi dei conferimenti di rifiuto indifferenziato non ci sono incentivi alla riduzione della produzione di rifiuto differenziato (perché dovrei comprare prodotti sfusi se i rifiuti da imballaggi non costano? O ancora, perché dovrei preferire il vuoto a rendere?). 2) laddove il costo del conferimento di rifiuto indifferenziato incide troppo poco sulla spesa (10-20%), non è incentivata la prevenzione della produzione di rifiuto (se producono tanto o poco pago uguale); al contrario dove il costo del conferimento di rifiuto indifferenziato incide molto sulla spesa (oltre il 50%) l’incentivo all’abbandono dei rifiuti o alla migrazione verso i cassonetti dei Comuni limitrofi è forte, o ancora il rifiuto indifferenziato ha più probabilità di finire nel contenitore “sbagliato”, peggiorando la qualità delle raccolte differenziate. Se poi l’utenza non è domestica, un costo troppo elevato dell’indifferenziato può spingere ad affidarlo al libero mercato. 3) e cosa dire della parte fissa della tariffa, che incide fino al 90% nelle esperienze censite? È ancora basata su criteri presuntivi, datati e sganciati da come si formano i costi del servizio (i costi di spazzamento e lavaggio o i costi accertamento e riscossione come si conciliano con la produzione presunta di rifiuto?)

La tariffa puntuale può essere uno strumento efficace ma occorre diffidare quando viene sbandierata come la soluzione per ridurre la produzione di rifiuto. È uno strumento in grado di sostenere le raccolte differenziate, soprattutto se riesce a veicolare segnali di prezzo coerenti con il costo di gestione delle singole frazioni, vetro, plastica, carta e cartone, eccetera. Alcune di queste, se di qualità, possono autosostenersi grazie ai ricavi della vendita, quando il mercato del riciclo li accoglie, o comunque se i costi della raccolta e del trattamento sono coperti dai consorzi di filiera. Senza questa riflessione con l’estensione delle raccolte differenziate e della tariffa puntuale è probabile che aumentino solo i rifiuti differenziati di bassa qualità, notoriamente liberi di circolare e affidati al mercato e che alla costruzione di impianti di incenerimento si finisca per preferire i roghi spontanei. La tariffa corrispettiva è una grande opportunità ma non risolve i problemi della gestione dei rifiuti.

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