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Corsa al reddito di cittadinanza in quattro test-verità

Fonte: Sole 24 Ore

di MICHELA FINIZIO VALENTINA MELIS (dal Sole 24 Ore) – In collaborazione con Mimesi s.r.l.

Stipendio, residenza, data della separazione dal coniuge, ma soprattutto reddito familiare. Saranno soprattutto questi, ancor prima dell’Isee, i filtri che andranno a sbarrare in molti casi l’accesso al nuovo reddito di cittadinanza. Lo rivelano le elaborazioni del Sole 24 Ore del Lunedì su alcuni profili di potenziali beneficiari, nella settimana che segna il debutto delle domande per il sussidio, previsto per mercoledì 6 marzo. Ad esempio chi ha un lavoro rischia di essere escluso per l’incidenza delle entrate mensili. Per i separati, invece, l’aiuto può spettare a uno dei due, laddove sarebbe stato precluso all’intero nucleo. In caso di potenziali beneficiari stranieri, infine, restano da chiarire le regole per i provenienti da Paesi extra-Ue.

Sarà il filtro del reddito familiare prima ancora dell’Isee, a sbarrare, in molti casi, l’accesso al nuovo reddito di cittadinanza, soprattutto per chi ha già un lavoro, per quanto poco pagato. Lo rivelano le elaborazioni del Sole 24 Ore del Lunedì su alcuni profili di potenziali beneficiari, nella settimana che segna il debutto delle domande per il sussidio, previsto per mercoledì 6 marzo.
L’indicatore della situazione economica (Isee), che non deve superare i 9.360 euro, è parametrato sui componenti del nucleo familiare e si abbassa per una serie di franchigie, che tengono conto di chi paga un affitto, di chi ha un familiare disabile, di chi versa gli assegni all’ex coniuge o per il mantenimento dei figli. Il reddito dichiarato, che non deve superare 6mila euro all’anno per una persona sola, 8.400 per due persone e così via, secondo la scala di equivalenza contenuta nel Dl 4/2019, è un parametro aggiuntivo ugualmente rilevante per definire l’accesso al sussidio.

Ad esempio, nel caso di un collaboratore single (si veda la grafica in alto), basta un compenso mensile di 550 euro anziché di 450, per essere esclusi, perché nel primo caso il reddito annuo supera la soglia prevista di 6mila euro. Oppure, passando al secondo esempio, per una signora che lavora come badante con un contratto da 500 euro mensili, la presenza nel nucleo di un figlio minorenne aumenta a 8mila euro la soglia da rispettare: riceverà 100 euro mensili come integrazione al reddito e 280 euro come aiuto per l’affitto (quest’ultimo è in misura fissa).
Eventuali ore di lavoro in più o compensi non dichiarati all’Inps saranno difficili da individuare e da far rientrare nel calcolo dei requisiti: nel lavoro domestico, si stima che l’incidenza del nero sia del 60 per cento. Le colf e le badanti regolarmente assunte sono cioè 865mila, ma il numero complessivo è stimato in due milioni. E il sottoinquadramento (meno ore dichiarate rispetto a quelle effettive, o la badante denunciata come colf) è stato rilevato nel 17,7% dei 1.068 controlli effettuati dagli ispettori del lavoro nel 2017.

In caso di potenziali beneficiari stranieri, restano da chiarire le regole per i provenienti da Paesi extra-Ue: nel passaggio del decreto 4/2019 al Senato per la conversione in legge, è stato introdotto l’obbligo per questi richiedenti di presentare, oltre alla domanda, una certificazione dei requisiti economici e patrimoniali rilasciata dal Paese di origine, tradotta in italiano e legalizzata dal consolato (sono esclusi i rifugiati politici e i casi per i quali convenzioni internazionali dispongano diversamente). Un decreto del ministero del Lavoro, da emanare entro tre mesi, dovrebbe individuare i Paesi nei quali è oggettivamente impossibile ottenere questo documento. Nel frattempo, bisognerà vedere se queste domande saranno accolte e lasciate in stand-by o respinte, almeno per il momento.
Anche la separazione tra i coniugi crea un bivio tra i potenziali beneficiari: la suddivisione in due nuclei familiari distinti – per la quale è necessario non convivere più – spesso potrà comportare l’accesso alla misura per uno dei due (quello con il reddito più basso), laddove il beneficio sarebbe invece inaccessibile all’intero nucleo. E per le separazioni avvenute dopo settembre 2018, il cambio di residenza dovrà essere certificato dalla polizia locale.

Il contributo più robusto andrà a chi è senza lavoro e non ha (o non ha più) un ammortizzatore sociale (in caso di Naspi, infatti, il nuovo sussidio va a integrarne l’importo): un lavoratore licenziato nel 2018, con moglie disoccupata, senza figli e senza casa di proprietà, può ottenere fino a 980 euro, di cui 700 di integrazione al reddito e 280 per l’affitto.
Il nuovo aiuto, infine, spetterà anche ai giovani over 26 che vivono fuori casa, ma sono ancora a carico fiscale dei genitori. Il decreto 4/2019 ha infatti riscritto una parte delle regole sull’Isee, “staccando” dal nucleo familiare questi giovani, con la finalità di favorirne un percorso verso l’autonomia e l’indipendenza economica. Il rovescio della medaglia, però, è che così potranno percepire il sussidio anche ragazzi fuori casa, che magari abitano in un alloggio di proprietà della famiglia (o comunque pagato dai genitori), e che non lavorano, nè hanno finito gli studi.

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