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Contratti e licenziamenti, l’ora della svolta

Fonte: Il Sole 24 Ore

Un nuovo ammortizzatore sociale, l’Aspi, che debutterà in via transitoria dal prossimo anno per sostituire gradualmente le indennità di disoccupazione e di mobilità. Insieme a regole più stringenti per la flessibilità in entrata e a una nuova disciplina sui licenziamenti, con cui invece bisogna fare i conti già da oggi.
Si è alzato definitivamente il sipario sulla riforma del mercato del lavoro, approvata dal Parlamento lo scorso 27 giugno, che entra in vigore nella giornata odierna introducendo diverse novità, anzitutto all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che dal 1970 prevedeva la reintegrazione automatica del lavoratore in tutti i casi di licenziamento illegittimo. Questo automatismo verrà meno per i licenziamenti per motivi economici dichiarati illegittimi dal giudice, che potrà stabilire il pagamento di un’indennità risarcitoria compresa tra le 12 e le 24 mensilità, una volta esperita la procedura di conciliazione. Solo in caso di «manifesta insussistenza» del fatto scatterà il reintegro. Anche per il licenziamento disciplinare illegittimo, il giudice potrà disporre il reintegro solo in base alle “tipizzazioni” previste dai contratti collettivi e ai codici disciplinari, negli altri casi è previsto il pagamento di un indenizzo da parte dell’impresa. È sempre nullo, invece, il licenziamento discriminatorio, per ragioni di credo politico, religioso o attività sindacale.
Cambia anche il sistema di ammortizzatori: la nuova Assicurazione sociale per l’impiego sostituirà a regime (2017), l’indennità di mobilità e quella di disoccupazione, avrà una durata di 12 mesi (fino a 54 anni) e di 18 mesi (da 55 anni), estendendo la platea dei tutelati ad apprendisti e artisti. Con la novità che se il lavoratore rifiuta un impiego con una retribuzione superiore del 20% rispetto all’Aspi, perde il diritto a percepire l’indennità. Per i precari non tutelati dall’Aspi, c’è la mini-Aspi. Novità anche per la flessibilità in entrata: il contratto a tempo determinato costa di più: è previsto, infatti, un contributo dell’1,4% a carico delle imprese per finanziare l’Aspi; inoltre se ha una durata fino a 12 mesi (ed è il primo contratto) non serve il cosiddetto “causalone”.
Quanto alle partite Iva, per essere considerate “vere” devono avere un reddito lordo di almeno 18mila euro l’anno, richiedere una professionalità elevata o l’iscrizione a un albo. Altrimenti, in mancanza di alcuni requisiti, scatta la presunzione di lavoro subordinato e spetta alle imprese dimostrare che si tratta di lavoro autonomo. L’apprendistato è considerato il canale d’ingresso principale al lavoro per i giovani, se ne ampliano le possibilità di utilizzo (con il vicolo del 30% di assunzioni).
L’impianto della riforma è stato fortemente criticato dalle parti sociali: le imprese hanno denunciato una stretta nella flessibilità in entrata, i sindacati una riduzione delle protezioni sociali. Le critiche sono state ribadite in un documento comune inviato in Parlamento che ha spinto i partiti della maggioranza a proporre alcune correzioni alla riforma, contenute in 11 disposizioni di un emendamento al Dl sviluppo, oggetto di un accordo politico con il governo, approvato ieri mattina in prima lettura dalle commissioni Finanze e Attività produttive della Camera.
Tra le modifiche, l’intervallo tra i contratti a termine, fissato dalla riforma in 60 giorni (fino a sei mesi di durata) e 90 (oltre) si riduce per i lavoratori stagionali e se previsto dai contratti nazionali, rispettivamente a 20 e 30 giorni. Il decollo dell’Aspi viene confermato al 2013, ma la mobilità a requisiti pieni si allunga a tutto il 2014, con il risultato che gli ultracinquantenni del Centro Nord e tutti i lavoratori del Sud avranno 6 mesi in più di copertura. Viene salvata la Cigs per l’intero 2015 per le aziende con procedure concorsuali, a condizione di una ripresa dell’attività e di una tutela anche parziale dei livelli occupazionali. L’aliquota delle partite Iva resta al 27% anche nel 2013, ma dal 2014 aumenterà gradualmente come prevede la riforma. Inoltre si spalma su due anni (invece che uno) il calcolo del reddito e della durata del rapporto di lavoro autonomo, per evitare la trasformazione della partita Iva in collaborazione. Su queste modifiche è positivo il giudizio di Confindustria, Cisl e Uil, mentre la Cgil conferma le critiche a tutto l’articolato.

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