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“Con i fondi europei una rete tra le banche dati della Pubblica Amministrazione”

Fonte: Sole 24 Ore

di CARMINE FOTINA (dal Sole 24 Ore) – In collaborazione con Mimesi s.r.l.

Annunciata, promessa, mai realizzata negli anni. Ora una vera interoperabilità delle banche dati pubbliche, dice il ministro per l’Innovazione Paola Pisano, potrebbe concretizzarsi grazie al «cloud» e con l’arrivo dei fondi del piano Next Generation Eu.

Il 9 settembre si riunisce il Comitato affari europei chiamato ad analizzare le proposte per il Recovery Plan. Quali sono i principali progetti per l’innovazione?
Con i 209 miliardi di euro che l’Unione Europea stanzia per l’Italia, il 28% del totale, dobbiamo far sì che il nostro Paese recuperi ritardi accumulati nel tempo e favorisca un aumento della produttività. A vantaggio sia delle imprese sia della qualità dei servizi pubblici. Oggi rischiamo che le banche dati della Pubblica amministrazione risultino spesso un insieme di vicoli ciechi, caratterizzati da alcune modalità di funzionamento obsolete. Capita che un ramo dell’amministrazione, nonostante abbia diritto a conoscerli, ignori dati custoditi da un altro ramo. Va configurato invece un sistema di canali scorrevoli adatto ad agevolare gli scambi di informazioni, anche con Regioni ed enti locali, nel rispetto della sicurezza e della privacy nelle forme dovute. In sostanza, occorre un cloud per i dati della Pubblica amministrazione che non comprometta le autonomie delle sue varie componenti. Questa operazione dovrà avvalersi di fondi, parte dei quali per permettere a singole amministrazioni di rendere digitali propri servizi.

Esponenti del suo Movimento, 5S, sostengono che non si può consegnare la sovranità dei nostri dati in mano a società private o ad altri Paesi. Al di là degli slogan, che cosa intendete fare nel concreto e di quali dati si parla?
La risposta a questa domanda si può trovare, e va trovata, soltanto in una strategia europea. L’autonomia tecnologica può essere recuperata su scala europea, con strategie nazionali convergenti verso questo obiettivo. Promuovere una sovranità digitale italiana ed europea non significa essere retrogradi né protezionisti, bensì aggiornare la nostra concezione di sovranità e non vuol dire tantomeno fare concessioni al sovranismo.

Nel Decreto Semplificazioni è prevista la creazione di un’infrastruttura per il «consolidamento» di quasi 11mila data center della PA. Conferma l’idea di un partner privato? Potrà essere anche un soggetto extra Ue come le big tech americane?
Per il progetto, che dovrà avere una guida pubblica, pensiamo a un partenariato pubblico-privato. Occorre una infrastruttura capace di proiettarsi già verso una successiva compatibilità, entro limiti da definire, con un sistema di cloud dell’Ue. L’embrione di questo può essere il progetto europeo «Gaia X».

In che modo e con quali vantaggi l’Italia potrà partecipare a Gaia-X per un protocollo Ue per il cloud?
Al momento è prevista la partecipazione diretta di imprese private. L’Italia aderisce a Gaia-X perché riteniamo necessario arrivare alla creazione di un cloud con regole europee per recuperare sovranità sui dati. In luglio abbiamo promosso una videoconferenza con il ministero dell’Economia e dell’energia tedesco in cui Gaia-X è stato presentato a importanti aziende italiane. Per quanto riguarda la parte pubblica del progetto, siamo disponibili ad entrare nel comitato governativo che indica le linee strategiche.

Per il garante di M5S, Beppe Grillo, non basta quanto si prospetta sulla rete unica per la banda ultralarga. Anche secondo lei dovrebbe essere la Cdp, non Tim, ad avere la maggioranza del capitale?
La rete unica a banda ultralarga è per il Paese un progetto di valore strategico. Così lo considera la visione perseguita dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte con l’appoggio dell’intero governo. La lettera di intenti tra Tim e Cassa depositi e prestiti è importante, ma è un primo passo nella giusta direzione. Ne occorreranno altri. Credo sia fondamentale che nella società delle reti e delle tecnologie da costruire ci sia una presenza pubblica in grado di dare un indirizzo lungimirante. Innanzitutto, portare copertura in aree che non portano alle aziende immediati vantaggi di mercato eppure sono indispensabili per l’Italia. E che il progetto debba includere la tecnologia 5G, il cloud e le infrastrutture necessarie a sviluppare l’economia dei servizi digitali.

Per il 2020 il Piano banda ultralarga perde 1,1 miliardi, spostati sull’emergenza. Conviene che è una contraddizione visto che si punta ad accelerare la copertura del Paese con la rete unica e i nuovi fondi Ue?
C’è stata una rimodulazione di cassa compiuta per un uso efficiente delle risorse economiche. Non è cambiato nulla sulla competenza dell’anno 2020.

Per la sicurezza del 5G ritiene sufficiente l’adozione di decreti “golden power” che pur ponendo delle prescrizioni autorizzano l’utilizzo di apparecchiature di fornitori cinesi?
I decreti golden power sono un primo livello di tutela. In futuro sarà necessario aumentare la nostra capacità di intervento, come è già stato fatto per il perimetro di sicurezza cibernetica.

Sempre nel Dl semplificazioni avete introdotto il “diritto a innovare” per sperimentare nuove tecnologie. Ma ci sono numerosi settori esclusi, come quello finanziario: alla fine sarà solo una norma bandiera?
La misura che abbiamo varato sul diritto a innovare non è assolutamente di bandiera. Si tratta di una norma molto utile alla stragrande maggioranza delle attività lavorative, a cominciare da quelle industriali. Anche nel settore finanziario le attività di innovazione sono molto importanti. Se ne occupa già il “decreto crescita” e il ministero dell’Economia ha avviato una consultazione pubblica per le sperimentazioni nel campo del FinTech.

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