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Centrali uniche di committenza, Anci: serve una semplificazione per fasce demografiche omogenee

“Quando si affrontano temi come la regolamentazione negli appalti, bisogna tenere conto della geografia istituzionale. In Italia ci sono 8mila comuni e tra questi 5mila arrivano a 5mila abitanti e 4mila a 3mila. Pretendere che le medesime regole valgano per i piccoli centri, come per le grandi realtà urbane, è assolutamente privo di senso. Serve una semplificazione per fasce demografiche omogenee, con regole crescenti al mutare della popolazione”. Lo ha detto il presidente dell’Anci Piero Fassino, intervenendo al convegno ‘Regole ed efficienza negli appalti per sostenere la crescita’, organizzato dall’Autorità Nazionale Anti Corruzione (Anac) e dalla Scuola Nazionale dell’Amministrazione (Sna), presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Parlando all’iniziativa, promossa anche dal Consip nel quadro di un percorso di formazione per i dirigenti pubblici, il presidente Anci ha sottolineato come la legge di stabilità, pur essendo condivisibile per impostazione, e con “un approccio espansivo che si propone di rimettere in moto una strategia di crescita”, presenta dei passaggi in senso contrario alla semplificazione auspicata dai comuni. “Nell’impianto della legge sono saltate alcune deroghe che tenevano conto proprio della peculiarità dei piccoli comuni”, fa notare Fassino.

Analoga semplificazione viene invocata dall’Anci in merito alle centrali uniche di committenza. “Condividiamo l’orientamento della legge di stabilità che va verso il loro contenimento. Ma bisogna considerare – ammonisce Fassino – che non tutti gli acquisti che fanno gli enti locali sono eguali, e non tutti sono sottoponibili a centrali di committenza di vasta scala, serve una diversificazione”. Per questo, secondo il presidente dell’Anci, va “innanzitutto compreso quali sono i servizi che ha un senso sottoporre a centrali uniche di committenza, e quali sono invece di altra natura”.

Nel suo intervento il presidente dei sindaci italiani ha puntato il dito contro l’eccesso di cultura legislativa e di controlli. “Il nostro è un paese ammalato di legislazione: l’idea che qualsiasi tema si risolve per legge è sbagliata in radice ma purtroppo è prevalente”. “Questi eccessi – ha spiegato – lungi dal favorire la lotta all’illegalità, creano nicchie che favoriscono l’illegalità”.

Da parte di Fassino una considerazione anche sulla necessità di sviluppare il dialogo tra pubblico e privato nel settore delle grandi infrastrutture. “Se oggi vogliamo costruire grandi opere nelle città o queste due realtà si mettono insieme, oppure le opere non si fanno”, ha detto citando l’esempio delle ultime linee di metropolitane a Milano, Roma e Torino. In questo senso, il presidente Anci si è anche augurato “un mutamento del quadro normativo che è stato pensato ed elaborato quando questa esigenza non era ancora maturata: è un quadro che non favorisce il dialogo pubblico-privato e vanifica molte occasioni di investimento”.

Infine, da Fassino una considerazione sulla necessità di rivedere le regole e le procedure del contenzioso amministrativo. “Fermi restando i risarcimenti, non è possibile ogni volta annullare le gare per appalti e ricominciare daccapo. Tutto questo – conclude il sindaco di Torino – ha un effetto devastante per le opere pubbliche e per cittadini”.

Cantone: “il nuovo codice sia varato entro luglio, l’Anac si occuperà pure delle stazioni appaltanti e di verificare il loro livello di competenza e di aggiornamento”

“Ci auguriamo che la scadenza di fine luglio per l’entrata in vigore del riordino sia rispettata”, ha detto il presidente dell’Anac Raffaele Cantone, in merito al nuovo codice degli appalti, licenziato dal Senato e ora in discussione alla Camera partecipando all’incontro sul tema “Le regole nell’efficienza degli appalti per sostenere la crescita” organizzato dalla Scuola nazionale dell’amministrazione (Sna), e dall’Autorità nazionale anticorruzione (Anac). Cantone ha ribadito che “un buon codice degli appalti rappresenta un vera legge anticorruzione” e ha ricordato le principali novità che il nuovo codice introdurrà.

“Il vecchio codice, varato nel 2006 – ha sottolineato Cantone – è stato seguito a quattro anni di distanza, nel 2010, da un regolamento d’attuazione. Si tratta di un codice formalmente perfetto che ha però ampliato a dismisura il livello di burocrazia che gira attorno agli appalti, e non ha impedito la corruzione, come dimostrano anche i fatti di questi ultimi giorni”.

Un limite che il nuovo codice punta a superare: “La vera norma anticorruzione è provare a creare – ha detto Cantone – un sistema semplice che si presti il meno possibile agli abusi”. Un processo di semplificazione che il nuovo codice affronterà “delegando i meccanismi di regolazione a forme di ‘soft regulation’, di ‘soft low’, come le linee guida che aiuteranno a limitare lo spazio di interpretazione della norma stessa”.

L’altro aspetto centrale riguarda le stazioni appaltanti: “Non c’è un loro censimento – ha detto Cantone – ma solo nel Comune di Roma risulta, da nostre verifiche, che sono più di 100 i centri di spesa”. Con l’arrivo del nuovo codice, “se il testo resterà così come approvato dal Senato, l’Anac avrà il compito di occuparsi della proliferazione delle stazioni appaltanti e di verificare il loro livello di competenza e di aggiornamento. Bisogna superare l’impostazione secondo cui tutti possono fare tutto e accrescere e verificare, invece, il livello di competenza”.

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