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C’è l’intesa per il Governo M5S-Pd, oggi incarico per il Conte-bis

Fonte: Sole 24 Ore

di MANUELA PERRONE (dal Sole 24 Ore) – In collaborazione con Mimesi s.r.l.

La prima quadra tra M5S e Pd è stata trovata: oggi alle 9.30 Giuseppe Conte è convocato al Quirinale per ricevere l’incarico di presidente del Consiglio. Il premier uscente è intenzionato ad accettare con riserva, formula che gli consente di avere qualche giorno di tempo per mettere a punto programma e squadra prima di sciogliere la riserva e presentarsi alle Camere per la fiducia. Un puzzle, quello della squadra, tutto ancora da costruire: sia per la casella della vicepresidenza del Consiglio, che i dem non vogliono concedere a Luigi Di Maio ritenendola superflua perché ravvisano già in Conte un esponente del M5S e non un premier terzo; sia per la proposta serale di Beppe Grillo, che ha nuovamente sparigliato le carte. Per combattere la «poltronofilia» – ha osservato in un post sul suo blog – «i ministri vanno individuati in un pool di personalità del mondo della competenza, assolutamente al di fuori dalla politica. Il ruolo politico lo svolgeranno i sottosegretari». Parole spiazzanti e inattese, suonate inizialmente come un alt a Di Maio e ai suoi. È servita una telefonata tra l’ex comico e il capo politico per chiarire: Grillo, hanno assicurato fonti vicine a entrambi, si riferiva ai «ministeri più tecnici» e voleva essere una sfida ai partiti perché «trovino persone migliori».

L’intervento conferma comunque il passaggio alla “fase 2”, quello del lavoro per comporre la compagine. Per nulla facile. Per questo a Conte occorre tempo, tanto che si ipotizza la data del 9 settembre come possibile giorno della fiducia in Parlamento. La “fase 1”, quella dei dubbi sulla formazione del Governo giallorosso, è stata però superata. Le delegazioni Pd e M5S ieri hanno fornito al presidente Mattarella gli elementi di chiarezza che chiedeva: la volontà di stringere un accordo politico per un Esecutivo di legislatura e il nome del premier. Ha cominciato il segretario dem Nicola Zingaretti, forte della ritrovata unità del partito sancita nella direzione della mattina. Tutti i componenti, tranne Matteo Richetti, hanno votato per «un mandato chiaro» a Zingaretti. A chiudere il cerchio è stato Di Maio, accompagnato dai capigruppo M5S Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli. Il leader M5S non ha rinnegato i 14 mesi di coabitazione con la Lega, ma ha certificato l’esistenza della trattativa con i dem e l’intesa sul nome di Conte: «Il riconoscimento ricevuto da Trump ci indica che siamo sulla strada giusta». Ma dopo essere uscito dal Salone alla Vetrata, Di Maio ha voluto anche ricordare pubblicamente di aver due volte rinunciato alla premiership: nel 2018 e adesso , davanti all’offerta del timone di Palazzo Chigi da parte del Carroccio. La Lega ha negato, il M5S ha replicato: la proposta c’è stata, «scritta nero su bianco». Richiamare il duplice “gran rifiuto”, in ogni caso, assomiglia a un messaggio: altri sacrifici non sono opportuni.

Di Maio vuole restare vicepremier, si fa scudo con Conte, ne rivendica l’indicazione alla guida del Governo con il Pd (e con essa una sorta di “diritto di primogenitura”) e ai suoi garantisce: «Abbiamo fiducia in lui». Vincenzo Spadafora, tra i pontieri più attivi di questi giorni, conferma che sarà il premier incaricato a risolvere le questioni aperte. Conte è già intervenuto ieri a sminare un altro terreno di scontro: la decisione di Di Maio di mettere il patto Pd-M5S ai voti sulla piattaforma Rousseau gestita da Davide Casaleggio. Un passaggio obbligato, secondo i vertici pentastellati. Una procedura irrituale, secondo i più critici tra gli eletti Cinque Stelle (come i deputati Luigi Gallo e Michele Nitti) e nella base. Ma anche nel Pd. È stato il capogruppo M5S al Senato, Stefano Patuanelli, a rivelare che «il percorso è stato condiviso con gli organi istituzionali, compreso il presidente Conte». Da Palazzo Chigi confermano: il premier non ha avuto obiezioni sulla scelta di dare la possibilità agli iscritti de l Movimento di votare non un accordo vago con il Pd (peraltro a rischio bocciatura), ma la cornice completa del suo nome e dei punti programmatici. Il Colle si è limitato a precisare che si sarebbe attenuto alle decisioni dei gruppi parlamentari. Come a dire: la consultazione online non fa parte del circuito istituzionale di formazione del nuovo Governo. Il cui terminale, da oggi in poi, è soltanto uno: Conte. Che stavolta intende giocare da protagonista.

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