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Cassazione, nessun automatismo per il rimborso delle spese legali al dipendente assolto

Fonte: Sole 24 Ore

di AMEDEO DI FILIPPO (dal Sole 24 Ore) – In collaborazione con Mimesi s.r.l.
Il rimborso al dipendente pubblico delle spese legali è strettamente connesso all’adempimento dei doveri istituzionali. Lo afferma la sesta sezione della Corte di cassazione con la sentenza n. 11014/2020.
Il fatto
La Corte territoriale ha respinto l’appello di un dipendente statale confermando la pronuncia di primo grado con cui era stata respinta la domanda di rimborso delle spese legali sostenute per difendersi nel processo penale in cui era imputato per abuso d’ufficio e falsità ideologica in atti pubblici, concluso con la pronuncia di assoluzione «perché il fatto non sussiste». La richiesta è assistita dall’articolo 18 del Dl 67/1997 che riconosce il rimborso delle spese di patrocinio legale «in conseguenza di fatti ed atti connessi con l’espletamento del servizio o con l’assolvimento di obblighi istituzionali e conclusi con sentenza o provvedimento che escluda la loro responsabilità».
La Corte ha ritenuto che le condotte oggetto di imputazione nel processo penale non fossero riconducibili a finalità connesse al soddisfacimento di un interesse della pubblica amministrazione, in quanto correlate alla falsa attestazione di idoneità di alcuni candidati alla prova di esame per il conseguimento della patente di guida per interessi personali del dipendente, contrari a quelli propri dell’amministrazione. Il dipendente ricorre per cassazione contro questa interpretazione, avendo egli agito in base alle direttive contenute in ordini di servizio e circolari ministeriali.
Il rimborso
La sesta sezione della Cassazione dichiara il ricorso manifestamente infondato sulla base dell’assunto che l’amministrazione è legittimata a contribuire alla difesa del suo dipendente imputato in un procedimento penale solo qualora:
1) ci sia un interesse specifico al riguardo;
2) l’interesse deve individuarsi qualora sussista imputabilità dell’attività all’amministrazione;
3) l’attività sia connessa con il fine pubblico.
Il diritto al rimborso è quindi strettamente correlato, per la Corte, alla diretta connessione dei fatti all’espletamento del servizio o all’assolvimento di obblighi istituzionali, che va intesa nel senso che questi atti e fatti siano riconducibili all’attività funzionale del dipendente in un rapporto di stretta dipendenza con l’adempimento dei propri obblighi, nonché occorre che vi sia un nesso di strumentalità tra l’adempimento del dovere e il compimento dell’atto, nel senso che il dipendente non avrebbe assolto ai suoi compiti se non compiendo quel fatto o quell’atto.
L’interesse pubblico
Nel caso di specie, la falsa attestazione di idoneità di alcuni candidati non può corrispondere a un interesse dell’amministrazione, risultando, al contrario, posta in essere con abuso dei poteri e per finalità del tutto contrarie all’interesse proprio dell’amministrazione datrice di lavoro. Non può, per questo, essere fatta valere l’assoluzione, che non ha alcuna incidenza rispetto al giudizio di non attribuibilità all’amministrazione dell’attività contestata e di non riconducibilità della stessa ai fini istituzionali.

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