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Banda larga, i paletti dell’Antitrust

Fonte: Il Sole 24 Ore

Sì a una società della rete con più operatori, ma «in posizioni non di controllo». No a risorse pubbliche e incentivi concessi a «operatori verticalmente integrati». È un uno-due potente quello dell’Antitrust che, nel consueto bollettino settimanale, risponde a una richiesta di parere formulata da Palazzo Chigi schierandosi in buona sostanza a favore di una società unica per la rete a banda ultralarga. La società, secondo il parere, dovrebbe essere l’unica assegnataria delle risorse pubbliche previste dal Piano presentato dal premier Matteo Renzi lo scorso 3 marzo.
Potrebbe pesare molto il giudizio dell’Antitrust sulla necessità che non ci siano posizioni di controllo nella possibile «società assegnataria dei contributi alla quale partecipino una pluralità di operatori attivi nella fornitura di servizi agli utenti finali». Un parere molto netto nel momento in cui il governo continua a tessere il negoziato con Telecom Italia per l’ingresso nel veicolo “Metroweb Sviluppo”. 

Alle condizioni ormai note poste da Telecom, maggioranza del capitale e guida operativa, si è affiancata da alcuni giorni l’ipotesi di lavorare sulla sterilizzazione dei diritti di voto su una parte della quota dell’incumbent. Ma il parere dell’Antitrust potrebbe agitare ulteriormente le acque. Con possibili riflessi perfino sul decreto attuativo che dovrebbe sbloccare il credito d’imposta per investimenti degli operatori nelle nuove reti.

Il garante risponde a una nota del governo in cui già si valutava «l’opportunità di limitare l’assegnazione dei contributi o delle agevolazioni fiscali ai soli operatori che non forniscono servizi di accesso ai clienti finali». Gli operatori verticalmente integrati interessati a concorrere per le agevolazioni «dovrebbero effettuare una separazione societaria – rilevava l’esecutivo – prima dell’avvio del progetto, evitando posizioni di controllo della società concorrente e comunque non oltre sei mesi dall’assegnazione del contributo».

L’Antitrust, nella sua risposta, conferma l’orientamento governativo motivandolo con la necessità di scongiurare forme di sussidio incrociato e garantire un maggior grado di trasparenza sulla effettiva attuazione dei piani di infrastrutturazione. Il Garante va oltre, sottolineando che il modello migliore sarebbe un «operatore di rete wholesale puro, che cede agli operatori di telecomunicazione servizi di accesso all’ingrosso in modo neutrale». Un profilo che sembrerebbe ritagliato su quello del nuovo veicolo Metroweb Sviluppo, al centro della lettera d’intenti firmata una decina di giorni fa da Vodafone Italia con F2i per promuovere la banda ultralarga nell’ambito del piano di Palazzo Chigi.

Sull’assegnazione di fondi agli operatori, invece, l’Antitrust lascia aperta una doppia opzione. «Valuti il governo» – si legge nelle considerazioni – se limitare all’operatore di rete puro solo le risorse pubbliche per contributi a fondo perduto o anche la concessione di agevolazioni fiscali. In quest’ultimo caso, probabilmente, andrebbe rivista la bozza del decreto attuativo sul credito d’imposta per gli investimenti in ultrabroadband. Il provvedimento tra l’altro è ancora fermo al ministero dell’Economia per problemi di copertura, non del tutto risolti a poche ore dalla scadenza di oggi per la prenotazione da parte degli operatori delle aree in cui effettuare gli investimenti.

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