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Alla sfida del cloud computing

Fonte: Il Sole 24 Ore

C’è solo una cosa che sicuramente la pubblica amministrazione italiana non deve fare rispetto al tema emergente del cloud computing: rimanere ferma a guardare. La scarsità di risorse economiche, i tagli lineari che hanno colpito le funzioni vitali del sistema pubblico, ma anche la domanda crescente di servizi di qualità da parte delle famiglie e delle imprese, impongono un sempre maggiore impegno da parte delle pubbliche amministrazioni a fare di più spendendo di meno. Per ottenere questo, la pubblica amministrazione deve vincere le sfide che la cultura dell’openness le ha lanciato: open source, open data, open cloud. Ed è proprio dal cloud computing (cui è dedicata la giornata di mercoledì 11 maggio del Forum Pa) che arriva la sfida maggiore, quella che presuppone una Pa la quale, piuttosto che rinserrarsi in attesa di improbabili tempi migliori, dimostri di avere le capacità per governare la rete degli attori e delle tecnologie disponibili. Il cloud com-puting, per la pubblica amministrazione, può essere l’occasione per razionalizzare il patrimonio informatico e infrastrutturale esistente, per condividere applicazioni e per sviluppare nuovi servizi avanzati. Sono questi gli obiettivi che, ad esempio, si è dato il Cabinet Office nel Regno Unito, definendo nel dettaglio i passi per ottenere una pubblica amministrazione “tra le nuvole”. Per primo il “Data Centre Consolidation”, che ha lo scopo di mettere in comune il patrimonio informatico esistente ma disperso fra le diverse amministrazioni. Poi il G-Cloud, che punta ad offrire alle pubbliche amministrazioni servizi a “nuvola” ed è basato su infrastrutture, sia private che pubbliche, certificate. Infine il “Government Application Store”, nel quale le diverse organizzazioni pubbliche possono trovare applicazioni certificate prodotte dai privati o provenienti dal riuso di quelle già sviluppate da altri enti. Avanti tutta verso il cloud, quindi? Non proprio. Recentemente, i problemi riscontrati da Amazon, da Sony e dal nostrano Aruba hanno dimostrato, se ancora ce ne fosse stato bisogno, la vulnerabilità di questi sistemi. A ciò si aggiungono i rischi del Lock-in, cioè di rimanere agganciati ai prodotti di uno specifico fornitore, così come quelli legati alla privacy e alla sicurezza dei dati. Il governo danese ha, per esempio, vietato con una direttiva l’utilizzo di Gmail da parte delle scuole proprio per questioni di sicurezza. Ma i rischi non possono essere evitati nascondendo la testa sotto la sabbia o, peggio, mettendo al bando le tecnologie emergenti. Al contrario, una proposta di governo delle soluzioni di cloud com-puting viene dall’approccio open e ha trovato sostanza nella pubblicazione del-l'”open cloud manifesto” sottoscritto, a oggi, da più di 400 aziende, tra cui diversi big del mercato. In sintesi, secondo il manifesto: i cloud provider devono lavorare insieme in modo da far sì che le sfide legate all’adozione del cloud (sicurezza, integrità, portabilità eccetera) siano affrontate con aperta collaborazione e ricorrendo ad appropriati standard; i cloud provider non devono usare la loro posizione di mercato per “chiudere” gli utenti dentro le loro piattaforme e limitare la scelta di cambiare; i cloud provider devono usare e adottare standard esistenti, quando appropriati, cercando di non crearne di nuovi; qualora fosse necessario creare nuovi standard (o aggiustare quelli esistenti), bisogna fare in modo che questi promuovano l’innovazione e non che la inibiscano; qualsiasi iniziativa finalizzata all’open cloud dovrebbe essere ispirata dai bisogni degli utenti e non semplicemente dalle necessità tecniche dei provider; le organizzazioni orientate alla definizione di nuovi standard, i gruppi di interesse e le diverse community dovrebbero lavorare insieme e rimanere coordinati affinché le azioni non siano in conflitto fra di loro o si sovrappongano. Le idee, a quanto pare, ci sono. Per la pubblica amministrazione si tratta, quindi, di definire una strategia di sviluppo del cloud computing ma, soprattutto, di mettersi nelle condizioni di saper governare i rischi per poterne sfruttare al massimo le opportunità.

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