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Veneto, niente più soldi a Roma

Sarà anche l’alfiere dei moderati, Flavio Tosi, il sindaco di Verona. Sarà anche un paziente negoziatore Luca Zaia, il governatore del Veneto. Eppure è in questa regione che la Lega ha ottenuto la sua prima grande vittoria fiscale in senso «pre-federalista»e si prepara ad alzare il tiro. Grazie ad una pressione politica concentrica su «Roma ladrona», un drappello di sindaci è riuscito a cancellare uno svarione legislativo che, anziché premiarne i comportamenti virtuosi, li avrebbe amaramente puniti. Un boomerang, un paradosso, l’antifederalismo incarnato in una specie di incubo legislativo. Siccome però la protesta è servita e il trappolone è stato sventato, il metodo è apparso in tutta la sua efficacia. E ora, ingolositi dal risultato, i sindaci veneti stanno alzando la voce, fino a minacciare – per bocca di Gian Paolo Gobbo, primo cittadino di Treviso – lo sciopero fiscale. Con la comprensione dello stesso governatore Zaia. Ma andiamo con ordine. La partita che gli amministratori locali veneti hanno vinto, agendo di bulino giuridico e di encomiabile competenza è stata contro un colossale svarione legislativo: quello contenuto nella legge di stabilità pubblicata a fine 2010 dalla Gazzetta ufficiale, che regolava la finanza locale, per i saldi degli anni a venire, sulla base della spesa corrente media contabilizzata negli esercizi 2006, 2007 e 2008. Ebbene, in 166 municipi veneti soggetti al patto di stabilità, per combinazioni varie i saldi di bilancio di quei tre esercizi erano stati positivi oltre ogni ordinaria possibilità grazie all’insorgere di cause straordinarie. Prenderli a riferimento per determinare la politica economica dei prossimi anni sarebbe stato assurdo, ma la norma di dicembre non ammetteva eccezioni: bisognava far meglio di quel triennio, per eccellente che fosse stato. E quindi? Quindi questi comuni sarebbero stati costretti a comportamenti amministrativi inverosimilmente virtuosi, pur di osservare il patto di stabilità. Ma hanno detto di no, capitanati dal comune di Loreggia, in provincia di Padova; hanno documentato le loro ragioni, hanno brigato, insistito, minacciato e blandito fino ad ottenere il risultato voluto: rispetto a quanto sarebbe accaduto applicando ciecamente la norma di dicembre questi comuni riceveranno uno sconto medio di circa il 50%. Potranno conservare un po’ di margini. A questi 166 comuni verrà restituita – o meglio «non sottratta» – una somma complessiva di circa 50 milioni di euro. Evviva. È per questo che ormai in Veneto serpeggia l’idea del «fai da te» fiscale. Con un amministratore del trevigiano, Antonio Guadagnini, vicesindaco di Crespano, che si era già posto un paio d’anni fa a capo di un movimento deciso a trattenere nei comuni il 20% dell’Irpef e che ora è passato all’indipendentismo spinto. Per Guadagnini è impensabile che dei 44 miliardi di tasse annualmente pagate dai veneti, 20 finiscano a Roma, che peraltro non li tiene per sé. E lui propone di dire «no». Gli fa eco il sindaco di Treviso. Ma anche Zaia sotto sotto approva. E del resto il suo capogruppo in consiglio comunale, Federico Caner, ha già avanzato l’idea di costituire un’agenzia regionale per la riscossione dei tributi, per disintermediare l’erario centrale e trattenere sul nascere le risorse in regione. Del resto, in termini di chiacchiere quotidiane sul federalismo, i dati veri gridano vendetta. Secondo i calcoli della Cgia di Mestre, sono quattro le regioni che danno allo Stato (dati 2008) più di quanto ricevano: Lombardia (+ 28,10 miliardi di euro), Veneto (+4,70 miliardi), Emilia Romagna (+3,14 miliardi) Piemonte (+568 milioni). Inutile dire che il Sud assorbe tutto. Non sarà certo il federalismo blando di Calderoli a sanare questa stortura.

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