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Valzer di sigle e di aliquote

Fonte: Il Sole 24 Ore

Cinque riforme in 60 anni per blindare un gettito che nel 2010 ha superato i 400 miliardi di euro e tentare di recuperare a tassazione una montagna “invisibile” di quasi 300 miliardi. Dalle misure varate da Ezio Vanoni nell’immediato dopoguerra alla riforma Visentini di metà anni Settanta, dal federalismo al progetto di riforma approvato la scorsa settimana dal Consiglio dei minsitri, l’architettura tributaria dell’Italia repubblicana ha subìto ristrutturazioni più o meno intense, che hanno avuto come fil rouge l’obiettivo – dichiarato – di far pagare di più a chi ne ha la possibilità economica e di sgravare i meno abbienti. La legge Vanoni. Era questo l’intento della legge Vanoni entrata in vigore l’11 gennaio del 1951, chiamata così dal nome del promotore, il ministro delle Finanze, Ezio Vanoni, ma ribattezzata anche “perequazione tributaria”, in omaggio alle finalità redistributive che la sorreggevano. Nel solco del principio sancito dall’articolo 53 della Costituzione, i cardini del provvedimento erano l’introduzione della dichiarazione annuale dei redditi, la diminuzione delle aliquote e l’aumento dei minimi imponibili. Ai contribuenti morosi fu concessa la possibilità di condonare il passato. Furono presentate all’Erario 3,9 milioni di denunce dei redditi (176mila appartenenti a ditte collettive). La riforma Visentini. Il sistema tributario “moderno” del nostro Paese è stato disegnato, però, con la riforma del 1973-’74 che ebbe tra i principali ispiratori Bruno Visentini. Con questo intervento si concentrò nelle mani dello Stato il potere impositivo, fu introdotta l’Iva conforme agli standard della Cee, debuttarono l’Irpeg (per le persone giuridiche) e l’Irpef, l’imposta unica sul reddito delle persone fisiche, e si potenziò la riscossione alla fonte mediante ritenute. I contribuenti interessati dall’imposizione personale progressiva, e dunque obbligati a compilare i modelli dichiarativi, “esplosero” così da 4-5 milioni a circa 16 milioni. L’Irpef istituita dal Dpr 29 settembre 1973, n. 597 contemplava 32 aliquote (dal 10% fino al 72%) per scaglioni di reddito da 2 a 500 milioni di lire. La «prima» riforma Visco. Dopo ritocchi e aggiustamenti minimi, si arriva alla metà degli anni Novanta. Nel ’98 il ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, fu fautore di un riordino finalizzato a ridurre la pressione sulle imprese e favorirne la ricapitalizzazione. Fu “inventata” l’Irap (al posto, tra gli altri, dell’Ilor e dei contributi per la sanità), una “tassa” tanto odiata quanto (per ora) insostituibile. Si importò, inoltre, un meccanismo impositivo – la Dit (Dual income tax) – teso a detassare il reinvestimento di una quota dei proventi nell’azienda. E se con la Dit si avviò nel settore del prelievo sulle imprese una certa tendenza all’anglofonizzazione delle imposte, per quanto concerne l’Irpef la prima riforma Visco inaugurò il sudoku di aliquote e scaglioni. L’Irpef (le aliquote erano già scese da 32 a 9 alla fine del 1982) venne sfoltita a 5 aliquote, pur essendo destinata ad “arricchirsi” di addizionali regionali e locali. La «prima» riforma Tremonti. Con legge delega 80 del 2003, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, diede vita al primo progetto di riforma organico del Fisco targato centrodestra. L’Ires per le società ha sostituito l’Irpeg (con taglio dell’aliquota dal 34 al 33%). È stata abrogata la Dit e sono stati introdotti il consolidato fiscale per i gruppi, il regime di trasparenza per le società di capitali di minori dimensioni residenti in Italia (con reddito d’impresa tassato direttamente in capo ai soci) e sono nate la thin capitalization (per colpire le società eccessivamente indebitate, limitando la deducibilità degli interessi passivi), la partecipation exemption (garantendo al 95% l’esenzione delle plusvalenze realizzate mediante la cessione di partecipazioni societarie e dividendi) ed è stato modificato il trattamento delle attività finanziarie. In materia di Ipref, la prima riforma Tremonti prevedeva una drastica semplificazione da cinque a due aliquote (il 23% per i redditi fino a 100mila euro e il 33% per quelli sopra questa soglia) e un sistema di deduzioni decrescenti che sostituiva le precedenti detrazioni per lavoro e carichi familiari. Con la legge finanziaria del 2005, in particolare, si predisponeva il passaggio dall’Irpef all’Imposta sul reddito (Ire). Ma a causa dei vincoli di finanza pubblica questa trasformazione non ha mai avuto luogo e le aliquote si sono ridotte solo da cinque a quattro (23-33-39-43%). È stata abolita la fascia di esenzione a 7mila euro, ovvero un minimo di reddito al di sotto del quale l’Irpef non si applica, ed è stata sostituita dalla cosiddetta “no tax area”, una deduzione progressiva che di fatto è totale per i redditi fino a 7.500 euro e che si annulla a 33.500 euro. La fascia dei contribuenti con redditi tra 15mila e 26mila euro ha visto, perciò, una diminuzione dell’aliquota dal 29 al 23%, mentre dai 26mila ai 29mila si è registrato un aumento dal 29 al 33% e da 29mila a 32.600 dal 31 al 33 per cento. Una diminuzione di aliquota rispetto al sistema precedente è risultata, invece, per la fascia da 32.600 a 33.500 euro, passata dal 39 al 33, per la fascia da 70mila a 100mila (dal 45 al 39%) e per lo scaglione superiore a 100mila euro (dal 45 al 43 per cento). La «seconda» riforma Visco. Con il cambio della guardia a Palazzo Chigi e la Finanziaria 2007 è stata risuscitata l’Irpef al posto dell’Ire. Sono state reintrodotte le detrazioni d’imposta e sono stati rimodulati scaglioni e aliquote (che sono tornate cinque: 23-33?39-41-43%). La “no tax area” è stata sostituita dalle detrazioni per tipo di reddito, una forma di sconto progressivo che si annulla a 55mila euro, e che rende di fatto esenti, per esempio, i dipendenti fino a 8mila euro e i pensionati fino a 7.500. Per la fascia da 15mila a 26mila euro c’è stato, perciò, un nuovo aumento dal 23 al 27%, mentre c’è stata una diminuzione dal 33 al 27% per la fascia da 26mila a 28mila. Fra 28mila e 33.500 euro l’aliquota è aumentata dal 33 al 38%, per la parte compresa fra 33.500 e 55mila euro è diminuita dal 39 al 38%, mentre da 55mila a 75mila è salita dal 39% al 41 per cento. Infine, per la parte compresa fra 75mila e 100mila, l’aliquota è cresciuta dal 39 al 43 per cento.

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