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Un’intesa bipartisan contro la povertà

I leader politici italiani hanno a portata di mano una storica riforma del welfare. Si può colmare l’assenza – condivisa in Europa dalla sola Grecia – di una misura nazionale a sostegno delle famiglie (il 4,7% del totale) che vivono la povertà più dura, quella “assoluta”. L’opportunità è offerta dalla sperimentazione della social card, prevista nel Dl milleproroghe e il cui decreto attuativo sarà emanato nelle prossime settimane. La card oggi in uso – introdotta nel 2008 – vale 40 euro mensili ed è fruita da famiglie in povertà assoluta con adulti di almeno 65 anni o bambini entro i 3 anni. È una prestazione monetaria gestita dall’Inps, senza alcun coinvolgimento di comuni e terzo settore. L’anno di sperimentazione vedrà tutta Italia continuare a erogare l’attuale carta e alcune realtà locali – tra le quali i centri urbani di maggiori dimensioni – testarne altre versioni. Cosa le differenzia da quella già esistente? L’ampliamento dell’utenza con particolare riferimento a «persone e famiglie in condizioni di grave bisogno», il coinvolgimento dei soggetti non profit, che ricevono le carte dallo Stato e le consegnano agli aventi diritto, e l’introduzione di «progetti individuali di presa in carico». La sperimentazione sarà finanziata con 50 dei 487 milioni di euro ancora disponibili per la card. La norma non fornisce alcuna indicazione su cosa accadrà dopo i dodici mesi previsti. Nell’insieme, molto è ancora da definire: il decreto attuativo conterrà indicazioni decisive. La politica ha sempre mostrato scarso interesse verso la povertà e l’introduzione della carta, pure con i suoi limiti, ha rappresentato un primo miglioramento. Ora siamo a un bivio. La sperimentazione potrà costituire l’ennesimo intervento spot oppure contribuire alla riforma strutturale da tempo attesa. Il gruppo di lavoro sulla povertà delle Acli- da me coordinato – ha individuato alcune condizioni per imboccare la giusta direzione. Primo. Trasformare progressivamente, in un triennio, la social card in una misura nazionale rivolta a tutte le famiglie in povertà assoluta. Decidere oggi – detto altrimenti – che entro il 2013 sarà coperto l’insieme delle famiglie che vivono questa condizione, specificando l’ampliamento dell’utenza da compiere in ognuno dei prossimi tre anni. Secondo. Individuare, ora, i punti fermi della nuova misura. Il compito è facilitato dal diffuso accordo tra gli esperti – senza eguali in altri settori del welfare – sugli interventi da realizzare: a) Universalismo: raggiungere tutte le famiglie in povertà assoluta; b) Adeguatezza: elevare l’importo rispetto a oggi; c) Servizi: affiancare la prestazione economica con servizi alla persona (per l’occupazione, educativi, sociali o di cura); d) Welfare locale: coinvolgere Comuni e Terzo Settore, in maniera coordinata ed efficiente. Terzo. Ampliare i contenuti della sperimentazione prevista dal milleproroghe in modo da coinvolgere città di ogni dimensione e, nel contempo, testare tutti i modelli organizzativi compatibili con i suddetti punti fermi. Ugo Trivellato, in www.acli.it, propone una rigorosa metodologia di valutazione allo scopo di individuare i modelli organizzativi più efficaci nei vari contesti territoriali e per i diversi target di utenza. La sperimentazione fornirà così indicazioni preziose alla progettazione della nuova misura universalistica contro la povertà. Essa risulterà, invece, inutile se, trascorso l’anno previsto, l’esperienza compiuta non sarà valorizzata al fine di realizzare interventi appropriati. Il percorso suggerito costerebbe 787 milioni di euro aggiuntivi per ognuno dei tre anni, richiedendo a regime – dal 2013 – 2.3 miliardi (stime Acli). Tuttavia, poiché come detto, il governo dispone già di 487 milioni residui sulla Social Card, nel primo anno ne servono solo 300. Vale a dire che con 300 milioni, una cifra residuale per il bilancio dello Stato, si può avviare un percorso destinato a modificare strutturalmente il welfare italiano. L’investimento iniziale richiesto per qualsiasi altra tra le numerose riforme necessarie al nostro welfare (disoccupazione, famiglie, non autosufficienti) è assai superiore. Le proposte delle Acli hanno raccolto un certo interesse e il ministro del Welfare, Sacconi, ha dichiarato la sua attenzione. Ora ci vuole un accordo tra le principali forze politiche, di maggioranza e opposizione, per realizzare un percorso triennale capace di dare all’Italia una misura nazionale contro la povertà. Si tratta dell’unica strada praticabile dato che nessun partito fa della lotta a questo problema un proprio obiettivo, semplicemente – a mio avviso – perché non ne ricaverebbe benefici di consenso. Nell’Italia di oggi, i poveri non sono organizzati in gruppi di pressione capaci di far sentire la propria voce attraverso i media e di premiare elettoralmente chi prenda decisioni a loro favore. Quindi, visto che sostenere gli ultimi non “conviene” ad alcun partito, la sola possibilità è un’ampia intesa per condividere l’onere di una simile decisione. Ma nessuna scelta risulterebbe adesso così utile alle persone in carne e ossa e, allo stesso tempo, così simbolica di un interesse verso il bene comune (interesse concreto, non tema da convegno) come l’introduzione di una misura nazionale contro la povertà. Pertanto, mentre i singoli partiti non ne trarrebbero benefici, la politica italiana guadagnerebbe, nel suo insieme, credibilità. Risultato non da poco, di questi tempi. Gli onorevoli Berlusconi, Bersani, Bossi, Vendola e Casini sono disposti a spendersi per un simile accordo?

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