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Una vera governance per utilizzare i fondi

Niente scuse. È ora di diventare tutti “intelligenti”: abitazioni, aziende, città, territori possono tagliare le loro emissioni, bruciare meno risorse del pianeta, offrire alla collettività servizi a alto valore aggiunto che rendano più sostenibile la vita.

Le tecnologie ci sono. Le risorse economiche, strano a dirsi, non mancano. Con il nuovo programma europeo Horizon 2020 saranno disponibili per il periodo 2014-2020 cinque miliardi di euro di finanziamenti all’innovazione delle città italiane. «Purtroppo, la sensazione è che il nostro sistema non sia preparato a valorizzare questa grande possibilità di spesa, perché mancano una moderna governance dell’innovazione e adeguati strumenti – dice il segretario di Anie Automazione, Marco Vecchio – che aiutino la partnership tra pubblico, privato e cittadinanza attiva. Lo dimostrano i numeri del VII programma quadro: il tempo per usufruire dei fondi 2007-2013 sta per scadere, e l’Italia ne ha impegnati solo il 40% piazzandosi al 26° posto sui 27 stati Ue per capacità di spesa». Lunga la strada da fare sulla diffusione del concetto “smart city”.

Ancora nel 2012, quattro italiani su dieci non ne avevano mai sentito parlare (fonte Ambrosetti su dati Cra). Eppure sono comuni italiani circa la metà dei 5.200 aderenti al Patto dei sindaci, iniziativa lanciata nel 2008 dalla Commissione europea per ridurre di oltre il 20% le emissioni di CO2 entro il 2020. Il punto critico è che si tratta ancora di progetti pilota, a macchia di leopardo. «Una recente ricerca dell’Osservatorio Smart City dell’Anci rileva che solo il 31% delle prime 40 città italiane con l’intenzione di divenire “smart” – riferisce Vecchio – ha definito la regia politica e organizzativa. E senza una pianificazione unitaria partono solo interventi frammentari, proprio il contrario della visione olistica alla base della costruzione della comunità intelligente». I progetti innovativi di Torino, Bologna, Genova, Catania, Bari dimostrano che la svolta è possibile.

Come si costruisce una città smart? Chi sono gli attori? Quali i benefici? Per Smart city si intende un modello urbano capace di garantire un’elevata qualità della vita e una crescita personale e sociale, ottimizzando risorse e spazi. Tutto parte dalla rete, che permette di raccogliere e trasmettere dati. In principio, dunque, la smart grid elettrica, che riduce le perdite di trasmissione e distribuzione, ottimizza l’uso delle infrastrutture esistenti, contribuisce a regolare i flussi di energia soddisfacendo il picco di domanda e gestendo l’energia prodotta da fonti alternative. Gli stessi sensori e sistemi che consentono di ottimizzare l’efficienza energetica e abbattere costi e consumi, nel rispetto della sicurezza e dell’ambiente, possono rendere intelligente anche la gestione dell’acqua, la mobilità, l’illuminazione, gli edifici, i porti, le industrie, i campi agricoli.

Sul fronte tecnologico l’Italia è pronta. Il problema è burocratico. «Sebbene le utility siano gli interlocutori che conoscono e propongono le tecnologie, a avviare il processo – dice Vecchio – può essere soltanto la volontà politica». Soggetti promotori, dunque, enti locali e pubblica amministrazione centrale. Fornitori di tecnologie, Esco, banche, creditori sono i facilitatori per la costruzione di territori del futuro che renderanno a tutti la vita più sostenibile. Dove? In casa: protetti da incidenti e calamità all’interno di edifici costruiti con sistemi di prevenzione e sicurezza; efficienti e parsimoniosi sui consumi di elettricità, acqua e gas, accumulando anche energia per l’autoconsumo. Prima o poi sarà anche possibile dialogare a distanza con gli elettrodomestici per accendere il riscaldamento e il forno prima ancora di rientrare a casa, avviare la lavastoviglie dopo essere usciti, spegnere le luci senza interruttore, semplicemente uscendo dalla stanza.

E fuori casa? Illuminazione stradale più efficiente e meno dispendiosa, come dimostra, per esempio, Catania. Mobilità più sicura e sostenibile, innanzitutto incentivando e facilitando l’utilizzo di mezzi pubblici e auto elettriche; automatizzando treni e metropolitane, che si fermino immediatamente davanti a un ostacolo; ottimizzando i trasporti su gomma, creando porti intermodali con centraline autonome. Milano si sta muovendo con le isole digitali, finora 15 aree informatizzate dove cittadini e turisti possono ricaricare smartphone e tablet, collegarsi con il wi-fi gratuito, trovare informazioni su mobilità e appuntamenti, usufruire del car sharing (auto elettriche al costo di 13 centesimi al minuto).

Ambrosetti e Fondazione Energy Lab hanno calcolato che l’Italia dovrebbe investire 22 miliardi di euro per diventare, nel 2030, un paese più smart, portando ad esempio la penetrazione di energie rinnovabili dal 28 al 56% e l’efficienza energetica nelle industrie dal 4 al 48 per cento. Tra gli obiettivi condivisi per il 2030, anche l’80% di gestione idrica intelligente, il 97% di quella dei rifiuti, il 100% di quella del traffico (oggi rispettivamente al 16%, 25% e 10%).

Non ci sarà comunque benessere nei territori del futuro senza rispetto dell’individuo, valorizzazione delle sue capacità, tutela della sicurezza e della salute, inclusione sociale, servizi a valore aggiunto per mettere in equilibrio i carichi e, perché no, i piaceri del lavoro e della vita privata. Tutto questo sarebbe una vita smart.

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