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Una manovra che è peggio di una finanziaria

Che la manovra fosse peggiore di una finanziaria degli anni andati, era palmare fin dalla discussione in Consiglio dei ministri (durata poco più di un’ora_). Che bisognasse premunirsi, per attutire almeno assalti facilmente prevedibili, era scontato. Eppure la conduzione della manovra ha rivelato, e continua a rivelare, insipienze, errori, incapacità. Non ci si è garantiti nemmeno i teorici alleati, viste le reazioni di Formigoni e dei presidenti regionali di centro-destra, presto avallate da Bossi. Lasciamo stare le proposte dei finiani al Senato, impossibili a moderarsi; ma perché negare un incontro ai rappresentanti di Regioni ed Enti locali? Non sarebbe costato molto vederli e dir di no a ogni proposta. La protesta per il mancato incontro è stata, fra l’altro, sottoscritta da Giuseppe Castiglione, presidente del sindacato delle province, l’Upi, pezzo grosso del Pdl. La generalizzata protesta dei rappresentanti periferici della maggioranza, oltre che indice di pessima organizzazione della manovra, attesta pure il fiscalismo e la smania di spesa di questi esponenti, altro che rivoluzione liberale. Soldi chiede Alemanno, soldi chiedono le regioni del sud, soldi chiedono con destinazione propria un po’ tutti: bene stanno per loro le tasse, purché a introitare siano le rispettive amministrazioni. Il dissidio di Tremonti (che deve tenere stretti i cordini della borsa; e se non lo avesse fatto negli ultimi anni adesso saremmo nelle condizioni della Grecia) con Berlusconi è emerso subito. La blindatura tramite fiducia, già al primo passaggio parlamentare, è avvilente. Quanto ai «refusi» e agli annunci, conviene pietosamente sorvolare. Per difficile che si presentasse il cammino della manovra, anzi, proprio perché si palesava arduo, sarebbe stato opportuno cautelarsi. Invece, la direzione è stata disordinata, affastellata, contraddittoria e, non ultimo difetto, pessimamente comunicata.

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