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Un solo prelievo con sei nomi diversi

Cinque sigle per lo stesso tributo parevano un record destinato a durare, ma dopo la tempesta di acronimi che ha investito Imu e dintorni anche le tasse ambientali hanno dovuto muoversi per mantenere il primato: ed ecco la Tari, la sigla numero 6.

Tassare la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti non sembra una sfida improba, ma a dispetto dell’apparente semplicità della materia la storia è intricata, e a beneficio di chi non voglia seguirla fino in fondo è bene riassumerne la morale: le “riforme” si sono susseguite a un ritmo crescente perché in fondo si è sempre deciso di non decidere, cioè di non introdurre davvero una tariffa proporzionale alla quantità di rifiuti prodotti come chiede la logica (e l’Unione europea).

In principio fu la Tarsu, nata nel 1993, che si basava su un meccanismo semplicissimo, un tanto al metro quadrato (con tariffe differenziate per categoria, naturalmente). Il sistema è semplice ma brutale, tassa la coppia come la famiglia numerosa se i metri quadrati sono gli stessi, e quindi non rispetta il principio Ue per cui «chi inquina paga». Per diventare europei nel 1997 abbiamo introdotto la Tia, che non ha mai soppiantato la Tarsu ma si è pian piano estesa a 1.300 Comuni, lasciando gli altri 6.700 ancorati al vecchio sistema. La Tia, anche se un po’ più elaborata, aveva però lo stesso problema della Tarsu, perché con una deroga qui e un’eccezione lì finiva per scordarsi della proporzionalità tra rifiuti prodotti e conto da pagare.

Nel 2009, dopo il solito infinito contenzioso, la questione è arrivata alla Corte costituzionale, che è stata chiara: la Tia non è una tariffa (tanto usi il servizio, tanto paghi) ma è la solita tassa, e quindi non può essere caricata dell’Iva perché non si può pagare un’imposta su una tassa. Dall’epoca, ci sarebbe un miliardo di euro che le aziende dovrebbero restituire ai contribuenti se lo Stato lo restituisse a loro, ma agli occhi dei conti pubblici evidentemente i 380 milioni di entrate per la mini-Imu hanno rappresentato una questione più interessante del miliardo di uscite per l’Iva sulla Tia: quindi la mini-Imu si paga, subito, e l’Iva rimane in attesa.

Nel 2006 è stata la volta della Tia2, che ha finito per convivere con la Tia1 e la sempre viva Tarsu, fino a essere accompagnata nel 2013 dalla Tares e dalla sua maggiorazione, che con i rifiuti non c’entra ma con l’omonimia aumenta la confusione. Ora è la volta della Tari, che funziona più o meno come la Tares (riformata) ma ha un nome diverso: fino alla prossima puntata.

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