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Un punto vale 4,9 miliardi

Alcuni la temono, altri la invocano a gran voce. Per altri ancora è l’unica via d’uscita possibile per far quadrare i conti. Ad ogni passaggio obbligato della manovra di Ferragosto rispunta l’ipotesi di un ritocco all’insù dell’Iva, anche se il ministro Giulio Tremonti continua a negare che la questione sia sul tavolo delle trattative e potrebbe rinviare il dossier per inquadrarlo in una riforma fiscale più organica. Una girandola di ipotesi. Un punto secco in più per l’imposta ordinaria sui consumi, portandola dal 20 al 21%. O un rincaro di un punto e mezzo, ma anche un rialzo a termine, di pochi mesi, dal 20 al 22 per cento, senza chiudere la porta a un aumento applicato a tutte e tre le aliquote. Nelle ultime settimane la creatività non è mancata, così come il balletto di cifre sul possibile gettito. Un tesoretto non di poco conto, pari a 5,9 miliardi di euro, secondo le elaborazioni del Centro studi Sintesi che ha calcolato l’impatto complessivo di una mossa al rialzo su tutte e tre le aliquote (anche dal 4 al 5% e dal 10 all’11 per cento). Una cifra stimata sulla base delle dichiarazioni Iva 2010 (anno d’imposta 2009) calate sul territorio in base alla distribuzione regionale delle operazioni imponibili verso i consumatori finali. Il gettito sul territorio. A dare il maggiore contributo sarebbero le regioni del Nord Italia, con oltre la metà del prelievo. In testa la Lombardia (1,4 miliardi) che da sola garantirebbe quasi un quarto del totale. Un dato che non stupisce, spiegano dal Centro studi Sintesi, perché la maggior parte delle aziende ha sede in questa regione ed è tenuta a versare lì l’imposta. Seguono a distanza Lazio (854 milioni), Veneto (565 milioni) e Piemonte (426 milioni). Le regioni del Centro potrebbero garantire invece 1,4 miliardi, mentre il gettito di quelle del Sud supererebbe di poco il miliardo, con introiti di appena 18 milioni in Molise. Se l’aumento riguardasse solo l’aliquota ordinaria l’incasso aggiuntivo per l’Erario sarebbe di 4,9 miliardi. Anche qui la parte del leone toccherebbe al Nord che porterebbe 2,7 miliardi alle casse dello Stato. Un intervento sull’Iva ridotta, dal 10 all’11 per cento, applicata ad alcuni beni di consumo, come carne, acqua, frutta e verdura, o servizi, come energia elettrica e telefonia, consentirebbe invece di raggranellare poco più di 800 milioni di euro. Più leggeri gli incassi legati a un incremento dell’aliquota applicata ai beni di largo consumo, come alimenti e bevande di prima necessità, giornali e attrezzature sanitarie: se si passasse dal 4 al 5 per cento si otterrebbero poco più di 100 milioni di euro. L’incognita inflazione. Resta l’incognita del possibile impatto di un aumento dell’Iva sull’inflazione, che ad agosto ha registrato una fiammata del 2,8% rispetto a un anno prima. «Improbabile – spiega Luigi Campiglio, ordinario di politica dell’Università Cattolica di Milano – che in un quadro di consumi reali in diminuzione da diversi anni le imprese decidano di ritoccare il listino prezzi. La misura potrebbe invece portare a una maggiore efficienza e razionalizzazione dei costi». L’aumento dell’Iva avvicina il nostro paese alla maggior parte degli Stati europei: secondo i dati della Commissione Ue solo in sette paesi l’aliquota è inferiore al 20%, in altrettanti il prelievo è in linea con quello italiano e in 12 si paga di più, con Svezia, Ungheria e Danimarca al 25 per cento.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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