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Un fondo di garanzia al merito

C’è perfino un’emergenza lessicale, nella difficile traversata del deserto cui sono condannati oggi i ventenni e i trentenni italiani. I giovani «avviliti» descritti dal Governatore Draghi rappresentano non solo l’ennesima denuncia dell’ignavia della politica di fronte a una generazione emarginata dal presente ed esclusa dal futuro, ma anche l’ultimo atto linguistico d’una classe dirigente che preferisce l’analisi all’azione, la plastica bellezza della comunicazione alla ruvida concretezza del fare. Ma avendo ormai consumato il bagaglio di metafore, aggettivi e immagini che descrivono il dissolvimento di certezze e di opportunità a danno dei giovani italiani, presto non rimarrà che agire davvero. Prima che la frustrazione di milioni di ragazzi – di ieri i dati sulla disoccupazione giovanile al 29,4%, record dal 2004 – si trasformi in rabbia sociale o, forse peggio, in rassegnazione individuale. È più che opportuno, a questo punto, liberarsi prima possibile di due falsi miti. Il primo è quello dei “bamboccioni”. In realtà i giovani italiani non sono oggi né meglio né peggio dei loro coetanei europei, piuttosto hanno meno chance di lavoro qualificato, meno leve per far valere il merito, meno sogni da inseguire in patria. Ma la mistica dei “bamboccioni” rischia solo di giustificare l’immobilismo della politica italiana, che negli ultimi dieci anni non ha investito neanche un euro per i giovani e sui giovani. Il secondo falso mito da buttare è l’esistenza di un patto generazionale in Italia. Il principio d’un “equo trattamento” tra generazioni è venuto meno nel nostro paese già 15 anni fa, con il varo della riforma Dini del sistema previdenziale, e negli ultimi anni la “bilancia generazionale” è diventata ancor più squilibrata a danno dei giovani. La mancata riforma degli ammortizzatori sociali, infatti, sta costringendo i nostri ragazzi a un terribile paradosso: devono affrontare un mercato del lavoro molto flessibile, ma senza alcun aiuto da parte d’un welfare fondato su strumenti di supporto e di protezione molto rigidi. Se e quando volessimo finalmente passare dalla contemplazione al-l’azione, potremmo in concreto realizzare due misure dagli effetti “rivoluzionari”. Due provvedimenti tagliati su misura per le due diverse macro-realtà in cui sono divisi oggi i nostri ragazzi e che non richiedono aggravi di spesa per il bilancio pubblico, ma semplicemente (per così dire…) un plus di coraggio politico. Per la fascia più dinamica dei giovani italiani, per quelli che cercano una chance per migliorare la condizione dei padri e fanno del rischio un valore, dobbiamo costruire un sistema di “flessibilità positiva”. Un sistema che sostenga la loro auto-imprenditorialità e la loro voglia di crescita individuale, mettendoli in condizione di sprigionare tutto il loro potenziale. E allora perché non attivare un fondo di garanzia pubblico per spingere le banche a finanziare i giovani under 40 che – senza particolari garanzie familiari alle spalle – vogliano frequentare un master qualificante all’estero sulla base d’un curriculum brillante o aprire un’impresa fondata su una buona idea di business? Il fondo garantirebbe le banche di fronte al “maggior rischio” insito in questo tipo di finanziamenti, dando così a centinaia di migliaia di ragazzi la possibilità di scommettere sulle proprie capacità individuali, e a regime si autofinanzierebbe grazie al rimborso dei soldi ottenuti in prestito da quelli che “ce l’hanno fatta”. La maggior parte dei giovani italiani continuano, però, a inseguire il “sogno” dell’assunzione a tempo indeterminato. A quindici anni dalla nascita dell’era della flessibilità lavorativa, si sono abituati a una sequenza di contratti precari e all’idea di dover dimostrare sul campo ciò che valgono, nonché ad accettare progetti così strutturati da assomigliare a incarichi a tempo pieno, ma pagati peggio e garantiti ancor meno. Alla fine di questo percorso a ostacoli, vorrebbero però vedere il traguardo e avere la possibilità di tagliarlo. Peccato che il vero punto debole del mercato del lavoro in Italia non sia la diffusione dei contratti flessibili – che è sempre stata in linea con quella dei principali paesi europei – ma il tasso di trasformazione dei contratti a tempo determinato in assunzioni, molto più basso della media europea. Perché alle imprese italiane conviene il lavoro flessibile, ma soprattutto non conviene assumere. L’unica strada per non sprecare il patrimonio dei nostri ragazzi, dunque, è rendere il contratto a tempo indeterminato più conveniente per l’azienda e per i lavoratori. Per farlo è urgente abbattere, per i giovani fino a 35 anni, il “peso” fiscale e contributivo che grava sulla loro assunzione. È una mossa costosa, naturalmente. Ma perché non destinare a questo obiettivo i 4 miliardi di incentivi discrezionali che ogni anno vengono erogati alle imprese? Sono incentivi che oggi gli stessi imprenditori e le loro organizzazioni di rappresentanza giudicano inutili, come dimostrano le statistiche sul loro impiego: nessun imprenditore vero decide un nuovo investimento sulla base dell’esistenza d’un incentivo di questo tipo, che peraltro è costretto a “negoziare” con il funzionario dell’amministrazione locale di turno. Investendo 4 miliardi sul capitale umano delle nostre imprese, daremmo a centinaia di migliaia di giovani la possibilità di uscire dal deserto della precarietà, trovando la loro oasi professionale e umana. Ed eviteremmo di bruciare per sempre una generazione “avvilita” e i suoi sogni.

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