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Un anno cruciale per le regioni

Da una parte, i nuovi tagli imposti dalla legge di Stabilità, che rendono più precari gli equilibri contabili. Dall’altra, la difficoltà a spendere le risorse dei fondi strutturali, con il rischio sempre più concreto che Bruxelles se le riprenda. È in questa (apparente) contraddizione che si collocano le regioni all’inizio del 2014: un anno cruciale, che vedrà partire il nuovo ciclo di programmazione europea (oltre 60 miliardi da spendere entro il 2020). Ma anche l’anno in cui dovrà vedere la luce il nuovo Patto della Salute, con l’eterno obiettivo di imbrigliare la principale voce di spesa che pesa sui bilanci regionali, conciliando garanzia dei servizi e sostenibilità finanziaria. L’ultima legge di Stabilità (legge 147/13) ha inciso pesantemente sulle regioni. Per quelle a statuto ordinario, sono stati previsti maggiori tagli per 1 miliardo di euro all’anno. Per le regioni a statuto speciale e province autonome il conto è di 500 milioni annui. Una vera e propria stretta che rischia di far perdere all’Italia l’ultimo treno per spendere i fondi strutturali ancora disponibili. L’allarme è stato lanciato dall’Associazione nazionale dei costruttori già nel corso di un convegno tenutosi a Lecce l’8 novembre scorso. In quell’occasione, è stato presentato uno studio che dimostra l’incompatibilità dei vincoli di finanza pubblica stabiliti a livello nazionale per il prossimo triennio con la tempistica imposta da Bruxelles per l’utilizzo delle risorse della politica di coesione 2007-2013, oltre che del Fondo per lo sviluppo e la coesione (ex Fas). L’Ance punta il dito contro l’inasprimento del Patto di stabilità interno, che nel periodo 2014-2016 chiederà alle regioni di tagliare complessivamente altri 4,5 miliardi. In un simile contesto, i governatori, per riuscire a spendere i fondi europei e il Fsc, dovrebbero sospendere il pagamento di ogni altra spesa (inclusi gli stipendi ai dipendenti) anche per più di un anno: uno scenario inverosimile. Su questa base, il documento sottolinea l’esigenza di correggere il tiro, al fine di evitare il blocco della spesa e di scongiurare il rischio di disimpegno automatico (e quindi di perdita) dei finanziamenti comunitari. In particolare, sarebbe necessario prevedere l’esclusione dai vincoli dei cofinanziamenti nazionali per un importo pari ad almeno 8 miliardi di euro nel biennio 2014-2015. Secondo gli ultimi dati sull’avanzamento della spesa dei fondi europei 2007-2013, dopo sei anni dall’avvio dei programmi sono stati spese solo il 26,3% delle risorse. Com’è possibile che, con la carenza di risorse che c’è, i soldi disponibili rimangano inutilizzati? Come accennato, il paradosso è solo apparente: il fatto è che l’Europa, per ogni euro che mette a disposizione, richiede un cofinanziamento con risorse nazionali. E fra tagli e vincoli del Patto, spesso questo passaggio si rivela problematico. Chiuso un ciclo, a breve se ne aprirà un altro: quello 2014-2020 porterà al nostro paese 31,7 miliardi di fondi strutturali (Fesr e Fse) a cui occorrerà aggiungerne altrettanti di cofinanziamento, per un totale di 63,6 miliardi. Molti di questi soldi transiteranno nuovamente dalle regioni, che dovranno programmarli bene e spenderli in fretta. È una sfida che non possiamo perdere, anche perché quelle di Bruxelles saranno quasi le uniche risorse su cui contare per fare politica economica. A ben vedere, infatti, negli ultimi anni la spesa regionale complessiva è cresciuta in modo esponenziale (da 95 a 144 miliardi dal 2003); ma in gran parte si tratta di spesa rigida. I recenti scandali sulle varie «rimborsopoli» hanno giustamente disgustato l’opinione pubblica, ma riguardano cifre modeste se confrontate con le dimensioni della finanza pubblica. Ciò che occorre fare è ripensare per intero il ruolo delle regioni, fino ad oggi stranamente ai margini del complesso ridisegno istituzionale che ha invece travolto altri livelli istituzionali, in primis le province. Qualcosa, peraltro, sta lentamente cominciando a cambiare: uno dei punti cardine del programma presentato dal segretario del Pd, Matteo Renzi, per le elezioni primarie (poi vinte) è proprio la correzione della riforma del Titolo V, varata frettolosamente nel 2001 e mai compitamente attuata. L’obiettivo è riportare allo Stato la competenza esclusiva su alcune materie cardine (infrastrutture, energia, sviluppo economico), bilanciando il riaccentramento con l’istituzione di una nuovo Senato autenticamente rappresentativo delle autonomie. La strada è quella giusta, ma senza mettere mano al moloch della sanità sarà difficile ottenere risultati significativi. Nelle regioni a statuto ordinario il 79% delle uscite riguarda Asl e ospedali (percentuale che scende al 53% nei territori a statuto speciale). Occorre avere il coraggio di chiedersi se oggi abbia ancora senso, in questo ambito, una gestione come quella attuale, che finora ha prodotto come risultato un mostruoso connubio fra conti traballanti (molte regioni sono ancora commissariate) e disparità di trattamento (confermate dai dati drammatici sulla mobilità sanitaria). Il tutto condito, anche qui, da un malaffare diffuso. Nel 2014 dovrà essere sottoscritto il nuovo Patto della Salute, oltre che portato a regime il metodo dei costi standard. Anche questa è una sfida cruciale.

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