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Turnover senza limiti nei comuni

Turnover senza limiti nei comuni. Un subemendamento presentato dal relatore del ddl di stabilità, Marco Milanese, e approvato dalla commissione bilancio della camera, ammorbidisce la stretta sul personale operata dalla manovra correttiva (dl 78/2010). I municipi, in cui l’incidenza delle spese di personale sulle spese correnti è pari o inferiore al 35% potranno rimpiazzare integralmente i dipendenti cessati (in deroga a limite del 20% del turnover, ma comunque sempre nel rispetto degli obiettivi del patto di stabilità e dei limiti di contenimento complessivi delle spese di personale) se le assunzioni sono finalizzate a garantire l’esercizio delle funzioni fondamentali. In pratica si tratta di uno sblocco generalizzato del turnover visto che l’elenco di funzioni per cui i sindaci potranno assumere è vasto e ricomprende quasi tutto lo spettro delle attività comunali. Basta leggere la delega sul federalismo fiscale (art. 21 comma 3 della legge n. 42/2009) per rendersene conto. Si va dalle funzioni generali di amministrazione, gestione e controllo (nella misura complessiva del 70% delle spese certificate dall’ultimo bilancio disponibile) alla polizia locale, dall’istruzione pubblica (compresi asili nido, assistenza scolastica, refezione, edilizia scolastica) alla viabilità e trasporti, dalla gestione del territorio e dell’ambiente (eccezion fatta per l’edilizia residenziale pubblica, i piani di edilizia e il servizio idrico integrato) al settore sociale. Restano fuori i servizi demografici e gli uffici tributi (che però potrebbero rientrare tra le funzioni generali di amministrazione, gestione e controllo) oltre ai servizi di formazione. Nonostante il subemendamento parli genericamente di «enti», il riferimento al comma 3 dell’art. 21 della legge 42 porta a ritenere che lo speciale regime agevolativo del turnover riguardi solo i comuni e non le province, le cui funzioni sono elencate sempre nell’art. 21 della legge delega, ma al comma 4. Per i comuni si tratta di una delle poche buone notizie contenute nella legge di stabilità. Che invece, disattendendo molte delle aspettative dell’Anci, non dice nulla sullo sblocco dei residui passivi e, pur modificando la base di calcolo del Patto (si guarderà alla spesa corrente del triennio 2006-2008 opportunamente corretta con percentuali variabili negli anni e decurtata del taglio ai trasferimenti, si veda ItaliaOggi del 12/11/2010) si limita ad introdurre una serie di deroghe ad hoc per situazioni specifiche (dall’Expo 2015 di Milano all’Agenzia per la sicurezza alimentare di Parma) per un importo di 484 milioni di euro. A tanto ammonta il valore delle prebende dispensate dal governo che però ha pensato bene di dare qualcosa anche alla stessa Anci, o meglio all’Ifel, l’Istituto per la finanza locale che ne costituisce una costola. Che potrà contare su un sostanzioso contributo (l’1 per mille del gettito Ici riscosso dai concessionari della riscossione, dunque circa 10 milioni di euro) per finanziare l’attività di supporto alla Sose nella determinazione dei fabbisogni standard degli enti locali. Dall’istituzione dell’istituto, nel 2006, è già la seconda volta che la quota di Ici destinata all’Ifel viene aumentata. La prima volta c’aveva pensato Prodi (con la Finanziaria 2008, legge n. 244/2007) a portarla dallo 0,6 per mille allo 0,8 per mille. Berlusconi ha fatto cifra tonda. Nonostante questo piccolo aiuto, funzionale all’attuazione del federalismo fiscale, l’Associazione dei comuni conferma il giudizio critico sulla legge di stabilità. A cominciare dalla riduzione del limite di indebitamento che nel 2011, per tutti i comuni (anche quelli sotto i 5 mila abitanti) e le province, non potrà superare l’8% (prima era il 15%) dei primi tre titoli delle entrate 2009. Secondo l’Anci la novità «rischia di paralizzare gli investimenti dei municipi che hanno registrato una spesa maggiormente dinamica e che quindi, oggi, sarebbero ancora nella possibilità di farne di nuovi». Per questo l’Anci, pur condividendo le finalità della norma, che punta a contenere la crescita del debito in coerenza con gli obiettivi di finanza pubblica, ne chiede un’applicazione graduale. E si dice d’accordo sull’opportunità di effettuare un monitoraggio della spesa degli enti locali.

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