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Troppi stop al treno lento dei pagamenti

Due semafori rossi e uno giallo. È questa l’immagine che rappresenta lo stato di avanzamento dei lavori del Parlamento in tema di pagamenti. Eppure il nodo, per la sopravvivenza delle imprese italiane, è centrale. Se, ragionando a spanne, il 50% del Pil del Paese è infatti intermediato dalla pubblica amministrazione, e questa – oltre ad avere accumulato un debito con i privati di circa 70 miliardi (si veda pezzo sotto) – continua a pagare con tempi quattro volte superiori alla Germania, il quadro è evidente: la crescita del Paese e quindi delle sue imprese è minacciata e spesso resa impossibile dal sistema malato dei pagamenti. I tre strumenti legislativi per affrontare il problema – direttiva pagamenti, compensazioni debiti e crediti, certificazioni dei crediti – non sono però ancora operativi e non è per nulla scontato che lo diventino. Nel caso dei tempi di pagamento, per esempio, l’Italia è tenuta a recepire entro il 16 marzo 2013 la direttiva europea 2011/7/Ue. Questa definisce i tempi massimi entro i quali devono essere fatti i pagamenti tra privati e tra privati e Pa (si veda infografica a fianco). Un tema caldo affrontato anche dalla discussione del Ddl comunitaria 2011 in commissione Bilancio. E qui emerge la contraddizione. Mentre da un lato il vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani, ha annunciato di aver richiesto alle autorità italiane di prevedere il recepimento della direttiva entro il mese di gennaio 2012, al fine di sostenere più efficacemente le piccole e medie imprese, dall’altro, in una nota sull’attuazione in Italia della direttiva sui termini dei pagamenti della Pa, consegnata in commissione Bilancio della Camera, la Ragioneria ribadisce «i profili di indubbia onerosità per la finanza pubblica». Nella nota si rileva che l’introduzione dei termini previsti dalle norme Ue, «darebbe luogo al conseguente addebito di interessi moratori a carico dell’erario, con grave pregiudizio per gli equilibri di finanza pubblica». Insomma, la Ragioneria «ritiene necessario rinviare il recepimento della direttiva, con facoltà di escludere dall’applicazione della stessa i contratti stipulati anteriormente a tale data». Il messaggio è chiaro: l’Europa accelera e il Paese frena. Nella sostanza, però, un passo avanti è stato fatto grazie allo Statuto per le imprese, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 14 novembre. Questo, infatti, prevede il recepimento della direttiva entro 12 mesi dalla applicazione delle legge, quindi entro il 15 novembre del 2013, con quattro mesi di anticipo rispetto al termine europeo. Ma c’è un ma. Alla luce dei dubbi della Ragioneria, non è irrealistico immaginare il superamento dei tempi previsti dallo Statuto e dalla direttiva. Per il Paese, infatti, potrebbe essere meno onerosa una procedura di infrazione che il rispetto dell’obbligo dei tempi di pagamento. Non molto diverso, agli effetti pratici, il risultato della norma che prevede la compensazione tra debiti e crediti tra la Pa e i privati. La legge 122 del 30 luglio 2010, infatti, non è applicata per mancanza di decreto attuativo. L’obbligo, contenuto anche nella prima versione dello Statuto per le imprese, era stato stralciato dalla Ragioneria per mancanza di copertura finanziaria. Difficile immaginare a questo punto, proprio alla luce dei problemi di bilancio, che venga fatto il decreto attuativo che renderebbe efficace, e quindi non sostenibile finanziariamente, la legge. Più aperta, invece, la questione delle certificazioni dei crediti verso la pubblica amministrazione. L’operazione – che consente all’azienda di incassare in banca il credito vantato con la Pa – di fatto sposta il debito delle istituzioni dalle imprese alle banche restituendo liquidità alle prime. La norma, però, non è mai stata estesa ai debiti in campo sanitario che rappresentano la fetta maggiore dei crediti delle imprese verso la Pa. Il maxiemendamento approvato dalle Camere con il precedente governo ha, in realtà, allargato l’operatività della norma anche in campo sanitario, ma le limitazioni previste, di fatto, non estendono la possibilità di fare le certificazioni proprio negli enti in cui sarebbero più necessarie per le imprese: quelli commissariati o in gestione commissariale e le Regioni sottoposte ai piani di rientro dai deficit sanitari. In sostanza, proprio gli enti che non pagano le aziende. Nel complesso comunque – come Confindustria ha più volte dichiarato – gli strumenti normativi ci sono, basta avere la volontà politica di attuarli, nella consapevolezza che quelle scelte a lungo rimandate oggi vanno fatte per garantire la sopravvivenza delle imprese.

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