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Tagli di spesa da 10 miliardi

ROMA – Dieci miliardi di euro. È la spesa che i comuni potrebbero dover tagliare con l’approdo ai fabbisogni standard. Laddove le province potrebbero essere chiamate a una sforbiciata di 1,8 miliardi. Stime a cui si arriva incrociando le tabelle della relazione tecnica sul federalismo fiscale, depositata mercoledì scorso in parlamento, con l’elenco di funzioni che la legge 42 considera fondamentali. Dai dati raccolti dalla commissione tecnica paritetica (Copaff) guidata da Luca Antonini emerge che nel 2008 gli impegni di spesa corrente delle amministrazioni comunali hanno superato i 50 miliardi di euro a fronte dei 9,1 miliardi di marca provinciale. Ebbene, con il passaggio al ai costi e fabbisogni standard, non tutte le uscite saranno garantite e perequate integralmente. Un po’ come succederà alle regioni che si vedranno “coperte” al 100% solo quelle per sanità, istruzione e assistenza. La legge 42 fissa, infatti, un doppio criterio per individuare le funzioni da considerare essenziali nei cinque anni di regime transitorio ? dopodiché farà fede il Codice delle autonomie, ndr ? che porteranno al superamento della spesa storica. Da un lato individua i compiti fondamentali di comuni e province; dall’altro stabilisce che sarà coperto in toto dall’autonomia finanziaria e dal fondo perequativo solo l’80% delle spese oggi a bilancio. Il restante 20 andrà tagliato o autoalimentato. Dei 50 miliardi di esborso complessivo dei comuni, 39,7 sarebbero imputabili a compiti “indispensabili”. Così suddivisi: 11,4 miliardi per amministrazione, gestione e controllo (essenziali al 70%); 2,9 per polizia locale, 5 per istruzione; 4,5 per viabilità e trasporti; 8,9 per territorio e ambiente; 8 per il sociale. Mentre dei 9,1 miliardi di uscite provinciali circa 7,4 sarebbero imputabili alle loro funzioni “core”. Ma anche applicando la soglia dell’80% della spesa si resterebbe sulle stesse cifre: 40 miliardi per i comuni e 7,3 per le province. Su questo monte risorse andranno a impattare i fabbisogni standard, intesi come le quantità di un determinato servizio (ad esempio certificati anagrafici o posti negli asili nido) da erogare in base a parametri di efficienza ed efficacia, e immaginati come fonte di risparmi di spesa. A introdurli sarà il secondo decreto attuativo del federalismo dopo quello sul trasferimento dei beni demaniali. Su cui il via libera preliminare di Palazzo Chigi potrebbe arrivare già la settimana prossima. L’impianto dovrebbe essere quello anticipato sul Sole 24 ore del 25 giugno. Con un testo molto snello che affida alla Società sugli studi di settore (Sose Spa), in collaborazione con Ifel e Anci, il compito di elaborare i fabbisogni standard per ogni funzione fondamentale. Attingendo alle proprie banche dati e miscelandole con una serie di variabili: quota di spesa storica ammessa (probabilmente sia corrente che in conto capitale), abitanti, estensione territoriale, presenza o meno di zone montane, peso delle esternalizzazioni. Gli indicatori così costruiti finiranno in un decreto del ministero dell’Economia ed entreranno a regime in cinque anni. Per luglio l’esecutivo ha messo in scaletta altri quattro decreti legislativi. Uno sulle uscite (costi standard regionali) e tre sulle entrate (autonomia tributaria di regioni, province e comuni). Questi ultimi due, però, l’Upi vorrebbe vederli fusi in un unico provvedimento, come sta avvenendo per i fabbisogni standard.

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