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Sulle addizionali Irpef l’aumento può arrivare fino al 300 per cento

«Con questo decreto le tasse diminuiranno», giura il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli. «Al contrario – ribatte Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni economiche del Pd alla camera – le tasse in più sono sicure». Chi ha ragione? Dipende. Il dato certo è che la «pressione tributaria complessiva» del paese non potrà superare i tetti fissati dalla «decisione di finanza pubblica» (il vecchio Dpef), e che su questo limite vigilerà una «commissione di coordinamento» composta da governo e amministrazioni territoriali. Ciò che succederà nelle singole regioni, invece, dipende appunto dalla salute dei conti locali. I sistemi federalisti promettono tasse più leggere dove i conti pubblici tengono e più pesanti nei territori che hanno vissuto parecchi problemi di amministrazione, come hanno imparato bene i cittadini romani dopo la triplice ondata di super-aliquote introdotte per coprire i buchi della sanità e del Campidoglio. Il decreto sul federalismo regionale e provinciale approvato giovedì in prima lettura promette di intensificare queste dinamiche, preparando però anche premi molto più appetitosi nei casi in cui i bilanci pubblici non siano un problema. Cittadini Per i cittadini, in realtà, le “minacce” sembrano più dirette rispetto alle “promesse”. Dopo il 2013, le regioni potranno infrangere il limite attuale dell’addizionale Irpef, che oggi si attesta all’1,4% (1,7% in Lazio, Molise, Campania e Calabria, dove c’è da recuperare l’extradeficit della sanità): nel 2014 potranno arrivare al 2%, e dal 2015 si potrà toccare il 3%. Tradotto in cifre, l’aumento potenziale massimo triplica il conto rispetto ai territori che oggi pagano lo 0,9%. Un reddito da 60mila euro, per esempio, oggi paga tra i 540 e gli 840 euro all’anno, arriva a 1.020 euro nelle regioni colpite dall’extradeficit ma potrà vedersene chiedere 1.800 dal 2015. Per una dichiarazione da 45mila euro, si potrà passare da 405 a 1.350 euro all’anno. Prima di assumere misure così impopolari, naturalmente, i governatori faranno di tutto, e potranno parametrare le richieste ai redditi, seguendo però l’articolazione delle fasce stabilita a livello nazionale. Il decreto, poi, introduce una clausola di salvaguardia che esclude dalla stretta del fisco locale i redditi dei primi due scaglioni, purché siano il frutto di lavoro dipendente o di pensione nata in relazione a questa forma di occupazione. Niente freno agli aumenti, invece per i professionisti e gli autonomi in generale, che almeno in teoria potrebbero vedersi inasprite le richieste delle regioni anche se i loro redditi si fermano nelle prime due fasce (si veda anche l’articolo in basso). I benefici maggiori dovrebbero invece arrivare dalla possibilità, assegnata ai governatori dal decreto, di irrobustire in chiave locale le detrazioni per carichi di famiglia previste dalla legislazione nazionale; all’interno di queste misure, la cui generosità dipenderà ancora una volta dalla salute delle finanze, potranno essere riordinate anche le varie forme di voucher e sussidio che oggi i territori collegano a servizi come la scuola. Imprese Per le imprese l’annuncio suona quasi irresistibile, e si chiama «Irap zero». Dal 2014 le regioni potranno cominciare a limare l’aliquota e, almeno in teoria, arrivare ad azzerarla. Ogni punto di aliquota (oggi la base è il 3,9%) vale 10mila euro di tasse per ogni milione di base imponibile, e ogni intervento in questo senso si tradurrebbe in un’iniezione di competitività soprattutto sul costo del lavoro, che rappresenta la voce più colpita dal meccanismo dell’imposta regionale. Le regioni potranno agire solo sulle aliquote, senza cambiare il mix di voci che alimenta le imposte e senza introdurre discipline di favore mirate che possono rivelarsi a rischio di bocciatura Ue come «aiuti di stato». Potranno farlo, comunque, solo con i conti in ordine: per gli altri rimane la possibilità di raggiungere il 4,82%, o il 4,97% se i bilanci sono drammatici.

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