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Sulla via dell’Irap leggera l’ostacolo dei conti in rosso

«Autonomia e responsabilità». Il mantra ha accompagnato tutta la discussione sul federalismo fiscale, e si traduce in un principio semplice: garantito il finanziamento delle funzioni fondamentali a costi standard, chi ha i conti in ordine può alleggerire il carico fiscale sul territorio, e chi spende di più deve chiedere soldi a cittadini e imprese. L’antipasto del federalismo, servito in questi anni dalle super-addizionali nelle regioni che hanno sforato tutti i limiti «sostenibili» di deficit sanitario, ha fatto schizzare la pressione fiscale al Centro-Sud, dove i bilanci zoppicano storicamente, e ha lasciato immuni le regioni settentrionali. Già oggi un contribuente romano paga a regione e comune un’addizionale doppia di quella versata da un milanese, e la libertà fiscale che inevitabilmente accompagnerà l’entrata a regime della riforma rischia di allargare il solco tra le due Italie. Lo sanno bene le imprese: già oggi, a parità di struttura e bilancio, un’azienda che opera in una regione con i conti in disordine come Lazio, Molise, Campania e Calabria si vede presentare un conto Irap superiore del 27% rispetto a quello che paga una concorrente in un territorio senza troppi problemi nei bilanci sanitari. Visto il meccanismo del-l’imposta, che concentra l’imponibile sulle buste paga dei lavoratori, l’aumento dell’Irap si traduce nei fatti in un appesantimento del costo del lavoro, senza ovviamente aumentare gli stipendi dei dipendenti: «Dove l’Irap è più pesante – si era lamentato Giovanni Lettieri, presidente dell’Unione industriali di Napoli, quando l’ultimo scatto automatico ha portato al 4,97% l’aliquota della Campania – la flessione nell’occupazione è stata tripla rispetto ai territori confinanti». Con la libertà fiscale offerta dal federalismo, il divario non potrà che aumentare. Il decreto sul fisco delle regioni approvato giovedì scorso in bicamerale offre dal 2013 alle regioni la possibilità di abbassare l’aliquota, fino ad azzerarla. Una chance, ovviamente, concessa solo dove i bilanci regionali lo permettono. I primi commenti alla novità sono stati freddi, perché è difficile ipotizzare interventi pesanti sull’imposta regionale senza azzoppare il gettito, ma non è detto: le regioni possono intervenire su singoli settori, offrendo a platee selezionate vantaggi anche importanti senza mettere in crisi l’equilibrio complessivo nei loro bilanci. Dimezzare l’aliquota per le nuove imprese tecnologiche, per esempio, può portare al 60% lo sconto praticato dalle regioni ricche rispetto ai livelli d’imposta praticati nei territori problematici: «Chi è più povero – spiega Gianluca Galletti, vicepresidente del gruppo Udc alla Camera, mostrando in anteprima i dati di uno studio che sarà presentato domani a Montecitorio – sarà penalizzato ulteriormente. Il paradosso, aggiunge Galletti, è quello di un Governo che mentre chiede all’Europa una fiscalità di vantaggio, nei fatti introduce una fiscalità di svantaggio. Un’impresa che decide di andare a produrre al Sud si trova già oggi a pagare un quarto di Irap in più rispetto a un suo diretto concorrente del Nord. Con questo federalismo la penalizzazione rischia di aumentare anche fino a cinque volte». A meno di una svolta storica nella qualità dei conti meridionali, quindi, il rischio potrebbe essere l’innesco di un circolo vizioso, in cui i territori poveri si ingolfano su un fisco più pesante che rende ancor più scoraggiante lo sviluppo delle imprese. Un rischio, quest’ultimo, aumentato da un fattore logico: dove le basi imponibili sono più generose, basta un lieve ritocco delle aliquote per ottenere effetti significativi, mentre nelle regioni con meno redditi e imprese lo sforzo di pareggiare i conti con il fisco impone interventi più pesanti. La stessa dinamica si potrà riprodurre, dal 2014, sulle addizionali Irpef: ma se cambiare residenza per pagare meno tasse locali è un’ipotesi di scuola, il carico fiscale può essere un elemento determinante per scegliere dove sviluppare un’impresa, e soprattutto dove crearne una nuova.

LA PAROLA CHIAVE

Fiscalità di vantaggio
La fiscalità di vantaggio prevede l’applicazione di risparmi d’imposta alle imprese che intendono svolgere o delocalizzare la propria attività produttiva nelle aree svantaggiate del Paese. Anche se le regole comunitarie generalmente ritengono compatibili con il mercato comune gli aiuti destinati a favorire lo sviluppo economico delle regioni dove si registrano particolari forme di sottoccupazione o tenori di vita particolarmente ridotti, le misure fiscali destinate a sostenere investimenti e occupazioni nelle aree depresse devono essere comunque comunicate e concordate con Bruxelles. Ultimi esempi di fiscalità di vantaggio introdotti in Italia sono la detassazione del 50% dei redditi o la maggiore deducibilità Irap sulla componente lavoro per gli incrementi occupazionali al Sud. Da ultimo, con la manovra estiva, è concesso alle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia di modificare le aliquote Irap, con proprie leggi, fino ad azzerarle in favore delle nuove iniziative produttive.

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