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Sulla spesa pubblica 10 grandi sprechi

ROMA – È uno dei “dossier” più interessanti, perché proprio dal riordino dei meccanismi che sovrintendono alla spesa è atteso non solo il finanziamento della futura riforma fiscale, ma l’obiettivo di realizzare a regime consistenti economie di bilancio. Maggiori dettagli della relazione finale (già resa nota agli inizi di maggio) del gruppo di lavoro guidato da Piero Giarda, confermano il quadro dei possibili interventi. Le varie fonti di inefficienza nella produzione di servizi pubblici e di riorganizzazione dell’intervento pubblico si possono classificare – scrive Giarda – in tre grandi comparti: inefficienza produttiva «per sprechi nella produzione o organizzazione di singoli servizi e attività pubbliche; inefficienza gestionale «per il mancato livellamento dei benefici associati alle diverse tipologie di spesa, quindi alla cattiva allocazione delle risorse disponibili». Infine, inefficienza economica «per l’avvio o il mantenimento di spese i cui benefici non compensano i costi causati dall’elevata pressione tributaria». Passando all’analisi nel dettaglio delle operazioni da mettere in campo per ridurre «l’inefficienza produttiva», Giarda individua dieci «grandi sprechi» che evidentemente andrebbero eliminati. Per quel che riguarda la prima tipologia (produzione dei servizi pubblici) si cita il caso di due impiegati utilizzati «per fare un lavoro per il quale uno sarebbe sufficiente», oppure di una macchina «costosa e ad alto potenziale» che viene sistematicamente sottoutilizzata. Se l’attenzione si sposta sugli sprechi di «tipo B», ecco comparire il pagamento di fattori di produzione «a prezzi superiori al loro prezzo di mercato e al loro effettivo valore». Non è raro verificare – si legge nel rapporto – ad esempio nel caso dell’acquisto di farmaci nella sanità scoprire che «lo stesso prodotto ha prezzi diversi nelle diverse aziende sanitarie». Infine, per quel che riguarda la terza categoria, si cita l’adozione di tecniche di produzione errate rispetto ai prezzi dei fattori produttivi impiegati. E ancora, l’utilizzo di modi produzione definiti «antichi, chiaramente più inefficienti e quindi più costosi di quelli che si avrebbero utilizzando le tecnologie più avanzate e innovative. L’elenco si completa con quella che viene definita l’«errata identificazione di soggetti meritevoli di essere sostenuti»: in molti casi ? osserva Giarda ? la spesa potrebbe essere ridotta senza causare riduzione dell’offerta di servizi. La lista si chiude con gli sprechi ascrivibili alla progettazione di opere incomplete, al mancato completamento di opere iniziate e a tempi di esecuzione «molto superiori ai tempi programmati».

La parola chiave

Spesa pubblica
La spesa pubblica fotografa il totale delle spese del settore pubblico. Le spese correnti sono destinate al normale funzionamento dello Stato: stipendi, pensioni, acquisto di beni s servizi, trasferimenti, spesa per interessi che impegna ogni anno risorse per circa 70 miliardi. Le spese in conto capitale servono invece a finanziare gli investimenti pubblici: una voce drasticamente compressa negli ultimi anni per effetto dei tagli disposti al bilancio. Nel 2010 il complesso delle spese è stato del 51,2% del Pil. I consumi pubblici assorbono il 45,2% al netto degli interessi, contro il 32,3% delle pensioni e rendite e l’ll,7% delle altre spese correnti. Le amministrazioni locali gestiscono circa il 48% delle uscite totali.

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