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Sul taglio degli enti vince il rinvio

Sono da anni al centro di “riforme” che ne chiedono la privatizzazione, la chiusura o almeno – quando va bene – un consistente dimagrimento. Eppure, come mostrano i nuovi numeri della Funzione pubblica descritti nella pagina a fianco, le società partecipate continuano a crescere, insieme ai loro amministratori: e lo stesso accade ai consorzi, che la Finanziaria per il 2010 (legge 191/2009) chiedeva di abolire. Come mai? La ragione sta nella continua altalena fra regole durissime sulla carta ed evanescenti nell’applicazione che ha caratterizzato questo settore negli ultimi anni. Anzi, spesso gli obiettivi troppo ambiziosi scritti nella «Gazzetta Ufficiale» hanno causato risultati inesistenti quando si è passati alla pratica.

Razionalizzazione addio
Un esempio lampante di questo pendolo fra petizioni di principio e mancate applicazioni è nella scadenza appena passata, quella del 30 settembre scorso, data entro la quale tutti i Comuni fino a 30mila abitanti (sono 7.787, il 96% del totale) avrebbero dovuto dire addio alle proprie partecipazioni. La regola è stata approvata per decreto (era urgente, quindi) nell’estate del 2010, e in questi tre anni ha vissuto la solita trafila delle proroghe e delle deroghe. Nella sua versione finale, salva dagli obblighi di dismissione le società con i conti in ordine, ma innesca un cortocircuito: i privati non hanno fatto certo a gara per accaparrarsi le almeno 1.500 aziende con bilanci zoppicanti, i Comuni non sono stati travolti dalla voglia di privatizzare, e il 30 settembre è passato senza che nulla si muovesse. I tecnici del Governo si sono mossi nelle settimane scorse per scrivere un decreto di riordino, ma la recente crisi politica ha travolto tutto e ora si tratta di rimettere le mani in un obbligo già scaduto.

Strumentali in bilico
L’esperienza rischia di ripetersi con l’obbligo di privatizzare o sciogliere le società strumentali, imposto lo scorso anno dalla spending review. Le pubbliche amministrazioni, in pratica, dovrebbero entro fine anno disfarsi delle aziende che raccolgono dall’ente controllante almeno il 90% del fatturato, e comprare sul mercato (risparmiando, almeno nelle intenzioni della legge) i servizi oggi svolti dalle loro aziende. Non esistono censimenti ufficiali e le stime prudenziali parlano di almeno 500 aziende con circa 20mila dipendenti: la loro privatizzazione, in realtà, avrebbe dovuto raggiungere il traguardo entro il 30 giugno scorso, lasciando a fine anno solo il termine per sciogliere le aziende non acquisite dal mercato. Finora, però, la regola ha prodotto solo richieste di deroga puntualmente respinte dall’Antitrust, e la consueta proroga ha spostato a fine anno anche la scadenza di giugno. Un bis, però, sembra probabile, perché anche per queste aziende non c’è una folla di aspiranti acquirenti privati e l’alternativa dello scioglimento non offre alcuna prospettiva ai dipendenti.

Affidamenti «senza regole»
In un flop analogo si sono risolti i tentativi italiani di tagliare la trama degli affidamenti diretti, con cui i servizi pubblici locali vengono assegnati senza gara alle aziende dei Comuni. Prima il referendum sul l’«acqua pubblica» poi la Corte costituzionale hanno cancellato i tentativi di riforma, con il risultato che le uniche regole in vigore oggi in Italia sono quelle europee.
Queste consentono l’affidamento in house solo a società interamente pubbliche e controllate dall’ente affidante, ma le verifiche sulle situazioni fuori regola sono lasciate alla sola giurisprudenza, e qua e là nei Comuni si trovano ancora affidamenti diretti a società miste pubblico-private, illegittimi da anni.

Conti oscuri
La nebbia avvolge poi i rapporti finanziari tra i Comuni e le loro aziende. Spesso tra i problemi che colorano di rosso i bilanci di molte partecipate ci sono anche i mancati versamenti dei corrispettivi previsti dai contratti di servizio, incagliati nel più generale blocco dei pagamenti pubblici. Nel consuntivo 2012 degli enti locali ha debuttato il nuovo prospetto di conciliazione dei rapporti finanziari tra enti locali e partecipate, ma la prima esperienza mostra che i numeri spesso non collimano ed è un problema per revisori e Corte dei conti far dialogare tra loro bilanci con lingue diverse.
Lo stesso problema che ha finora ha ostacolato la creazione di bilanci consolidati fra Comuni e aziende: il decreto sui «costi della politica» approvato lo scorso autunno dal Governo Monti lo impone da quest’anno ai Comuni sopra i 100mila abitanti.

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