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Sui meccanismi di valutazione nessun dietrofront

Quasi un anno fa, la manovra ha bloccato contratti e retribuzioni dei dipendenti pubblici. Un macigno sulla strada della riforma: è vero, nulla cambiava per la sua tabella di marcia, l’unica (pessima) novità sugli incarichi dirigenziali, ma non c’era dubbio che la sfida dell’innovazione assomigliava sempre di più alle classiche “nozze con i fichi secchi”. È difficilissimo impostare virtuosamente il ciclo della performance, valorizzare l’impegno di dirigenti e dipendenti in relazione a programmi e obiettivi, se le risorse sono ridotte al lumicino e si sospende per un triennio la contrattazione collettiva. Nelle ultime settimane questa preoccupazione ha prodotto atti formali, di sostanziale rinvio della partita. Ci riferiamo all’intesa siglata dal Governo con Cisl, Uil e altre sigle il 4 febbraio scorso, e alla legge con cui la Regione Lazio ha recepito i principi della riforma Brunetta (legge regionale 1/2011). L’applicazione dei nuovi sistemi incentivanti – spiegano ambedue le fonti – riguarderà solo le risorse aggiuntive individuate a partire da quest’anno. È evidente che né l’intesa né la legge del Lazio hanno alcuna efficacia per le amministrazioni locali. La prima si rivolge alle sole amministrazioni dello Stato; l’altra coinvolge uffici ed enti regionali. Tuttavia tutti i Comuni e le Province si interrogano su questi segnali, a cui si aggiungono le iniziative di alcune amministrazioni – da ultimo il Mef – di sganciarsi dai vincoli del decreto 150. Che succede? Il comitato di settore degli enti locali ha risposto seccamente. Quell’intesa non ci riguarda; del resto le autonomie locali hanno costruito negli anni sistemi di valutazione e modelli di incentivazione selettiva che sarebbe assurdo abbandonare. Il decreto 150 ci ha invitato a fare meglio, a perfezionare criteri e metodi della valutazione, a diffondere e qualificare il management per obiettivi, a confrontare le performance di amministrazione omogenee per compiti e funzioni. Lo stiamo facendo, e dobbiamo migliorare ancora, ma nessun passo indietro. La stessa manovra estiva non chiede più di “fotocopiare la busta paga” di ogni dipendente per tre anni, facendo regredire la cultura del lavoro pubblico ai tempi in cui i soldi degli impiegati erano “pochi, maledetti e sicuri”. Il congelamento del “fondo” per i trattamenti accessori serve proprio a mantenere un piccolo margine di manovra in ogni amministrazione, che dovrà continuare a premiare i migliori, differenziare i trattamenti a seconda dei risultati, dei rischi, responsabilità e disagi connessi alle diverse posizioni lavorative. La stessa nozione di «trattamento ordinariamente spettante», da congelare per tutti e per tre anni, va nella stessa direzione: la retribuzione ordinaria (purtroppo) non cambia, il salario incentivante può cambiare, quando cambiano le valutazioni. Sempre “pescando” da un fondo bloccato, modesto, in diminuzione. Insomma, facendo le nozze con i fichi secchi

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